Il maestro carnico Bertoli ed i grandi del '900 nel cuore di Tolmezzo dove l'arte si fa strada

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Quando parliamo di un uomo come Bertoli – nato a Illegio nel '33 – dobbiamo prima di tutto immaginarci cosa significava nascere in Carnia in quegli anni. Significa che la manovalanza, il lavoro duro, la fatica vera, tu la conosci fin da ragazzino, la tocchi con mano. Eppure, questo signore poi si occupa di design, fa il marketing pubblicitario... Ma la cosa straordinaria è un'altra: Bertoli è quel classico tipo di artista autodidatta con un talento talmente puro, talmente innato, che tu ti rendi conto che merita assolutamente di essere riscoperto, esplorato, capito fino in fondo. La prima vera svolta, la prima personale, arriva a Tolmezzo verso la fine degli anni Settanta, dopo le esposizioni alla galleria del Girasole di Udine. E oggi, la grande mostra di Palazzo Frisacco, sempre a Tolmezzo, è davvero il coronamento perfetto di una vita intera. Perché li vedete, i suoi quadri: dalle nature morte a questa pittura figurativa che è, in sostanza, una fotografia del quotidiano. È l...

I simboli rubati di Monfalcone: la campana del Vate e il feretro conteso di Enrico Toti

 

Diciamolo pure, c’è un dettaglio affascinante e al tempo stesso quasi tragicomico quando si guarda alla storia di Monfalcone, questa città che a un certo punto si ritrova letteralmente spogliata dei suoi simboli. E sono due vicende straordinarie, legate a quel clima incandescentissimo del nazionalismo italiano.

Da una parte c'è Gabriele D’Annunzio. Nel 1919, mentre i suoi legionari marciano verso la città per ricongiungersi con gli ufficiali pronti a seguire il Vate alla conquista di Fiume, succede una cosa singolare.  Vedono una campanella, una minuscola campana, quella di San Polo. Per i monfalconesi era un pezzo d'anima, un simbolo identitario fortissimo. Ma D’Annunzio — ed è un fatto noto — era un collezionista ossessivo, accumulava qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro. La sua dimora era letteralmente un museo straripante. E così la campanella sparisce, finisce dritta nella stanza del Lebbroso al Vittoriale. Da lì, nonostante le rimostranze e le rivendicazioni sacrosante dei cittadini, non si è mai più mossa. E poi c’è l’altro simbolo, ancora più ingombrante: la salma di Enrico Toti. Ora, Toti è una figura assurda, quasi leggendaria: un uomo che senza una gamba si mette in testa di fare il giro del mondo in bicicletta, e poi prega, insiste, sfida chiunque pur di arruolarsi nella Grande Guerra contro gli austro-ungarici. E va a morire proprio lì, il 6 agosto del 1916, a quota 85 a est di Monfalcone. Lì nasce il mito: durante l'attacco ferale, ormai allo stremo, avrebbe scagliato la sua stampella contro le linee nemiche gridando «Nun moro io!». Che sia andata esattamente così o che sia la classica costruzione della propaganda patriottica dell'epoca, poco importa. Importa che Toti viene sepolto lì. Ma Monfalcone perde anche lui. Nel maggio del 1922 la Capitale rivendica il suo eroe: la salma viene riesumata per essere trasferita a Roma. E qui la storia si fa sanguinosa. Il 24 maggio, al passaggio del feretro nei pressi di Porta San Lorenzo a Roma, esplode il caos. Scoppiano scontri violentissimi tra comunisti e anarchici da un lato e la Guardia Regia dall'altro, partono colpi d'arma da fuoco che arrivano persino a colpire la bara, scatta lo sciopero generale. Il bilancio è drammatico: un morto, venticinque feriti e un polverone politico tale da scatenare dibattiti infuocati alla Camera dei Deputati il giorno dopo.  Per farla breve è una doppia perdita clamorosa: due pezzi fondamentali della memoria locale sottratti da una parte da D'Annunzio per la sua casa museo al Vittoriale e dall'altra da Roma.


mb 

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