La grande ipocrisia: il caso Regeni e il bluff dell'amicizia egiziana

  Allora, guardate, la questione è d'un’evidenza quasi imbarazzante, e bisogna avere il coraggio di dirlo con grande chiarezza. Perché qui siamo di fronte a uno di quei casi in cui la storia — e la cronaca giudiziaria — ci mette sotto gli occhi una realtà drammatica, senza infingimenti. Il punto centrale è questo: l’Egitto, che a parole è sempre stato descritto come questo grande alleato, questo partner fondamentale dell’Italia nel Mediterraneo, sul piano della verità e della giustizia per Giulio Regeni non ha mosso un solo millimetro. Mai. E si è arrivati a questo paradosso straordinario — ed è una sentenza davvero incredibile — in cui la Corte ha condannato alcuni funzionari per il sequestro di Giulio, per quell'atto di violenza di Stato, ma non per la sua uccisione. L'accusa di omicidio, che la Procura contestava al solo Sharif e per la quale era stato chiesto l'ergastolo, non è stata riconosciuta.  In tutti questi anni, la cooperazione giudiziaria da parte egiziana ...

I simboli rubati di Monfalcone: la campana del Vate e il feretro conteso di Enrico Toti

 

Diciamolo pure, c’è un dettaglio affascinante e al tempo stesso quasi tragicomico quando si guarda alla storia di Monfalcone, questa città che a un certo punto si ritrova letteralmente spogliata dei suoi simboli. E sono due vicende straordinarie, legate a quel clima incandescentissimo del nazionalismo italiano.

Da una parte c'è Gabriele D’Annunzio. Nel 1919, mentre i suoi legionari marciano verso la città per ricongiungersi con gli ufficiali pronti a seguire il Vate alla conquista di Fiume, succede una cosa singolare.  Vedono una campanella, una minuscola campana, quella di San Polo. Per i monfalconesi era un pezzo d'anima, un simbolo identitario fortissimo. Ma D’Annunzio — ed è un fatto noto — era un collezionista ossessivo, accumulava qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro. La sua dimora era letteralmente un museo straripante. E così la campanella sparisce, finisce dritta nella stanza del Lebbroso al Vittoriale. Da lì, nonostante le rimostranze e le rivendicazioni sacrosante dei cittadini, non si è mai più mossa. E poi c’è l’altro simbolo, ancora più ingombrante: la salma di Enrico Toti. Ora, Toti è una figura assurda, quasi leggendaria: un uomo che senza una gamba si mette in testa di fare il giro del mondo in bicicletta, e poi prega, insiste, sfida chiunque pur di arruolarsi nella Grande Guerra contro gli austro-ungarici. E va a morire proprio lì, il 6 agosto del 1916, a quota 85 a est di Monfalcone. Lì nasce il mito: durante l'attacco ferale, ormai allo stremo, avrebbe scagliato la sua stampella contro le linee nemiche gridando «Nun moro io!». Che sia andata esattamente così o che sia la classica costruzione della propaganda patriottica dell'epoca, poco importa. Importa che Toti viene sepolto lì. Ma Monfalcone perde anche lui. Nel maggio del 1922 la Capitale rivendica il suo eroe: la salma viene riesumata per essere trasferita a Roma. E qui la storia si fa sanguinosa. Il 24 maggio, al passaggio del feretro nei pressi di Porta San Lorenzo a Roma, esplode il caos. Scoppiano scontri violentissimi tra comunisti e anarchici da un lato e la Guardia Regia dall'altro, partono colpi d'arma da fuoco che arrivano persino a colpire la bara, scatta lo sciopero generale. Il bilancio è drammatico: un morto, venticinque feriti e un polverone politico tale da scatenare dibattiti infuocati alla Camera dei Deputati il giorno dopo.  Per farla breve è una doppia perdita clamorosa: due pezzi fondamentali della memoria locale sottratti da una parte da D'Annunzio per la sua casa museo al Vittoriale e dall'altra da Roma.


mb 

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