La grande ipocrisia: il caso Regeni e il bluff dell'amicizia egiziana

 

Allora, guardate, la questione è d'un’evidenza quasi imbarazzante, e bisogna avere il coraggio di dirlo con grande chiarezza. Perché qui siamo di fronte a uno di quei casi in cui la storia — e la cronaca giudiziaria — ci mette sotto gli occhi una realtà drammatica, senza infingimenti.

Il punto centrale è questo: l’Egitto, che a parole è sempre stato descritto come questo grande alleato, questo partner fondamentale dell’Italia nel Mediterraneo, sul piano della verità e della giustizia per Giulio Regeni non ha mosso un solo millimetro. Mai. E si è arrivati a questo paradosso straordinario — ed è una sentenza davvero incredibile — in cui la Corte ha condannato alcuni funzionari per il sequestro di Giulio, per quell'atto di violenza di Stato, ma non per la sua uccisione. L'accusa di omicidio, che la Procura contestava al solo Sharif e per la quale era stato chiesto l'ergastolo, non è stata riconosciuta.
 In tutti questi anni, la cooperazione giudiziaria da parte egiziana non è semplicemente mancata: c'è stato un repertorio ininterrotto di depistaggi, di meschinità, di autentiche infamie studiate a tavolino per ostacolare qualunque tentativo di arrivare alla verità. Perché la realtà — piaccia o no ai diplomati e ai politici — è che Giulio è stato torturato e ucciso all'interno del sistema di potere di Al-Sisi. La responsabilità, politica e morale, cade interamente su quel regime.

E allora, quando oggi ci vengono a raccontare che rompere i rapporti o anche solo alzare la voce contro il Cairo danneggerebbe i nostri interessi, si sta prendendo in giro la gente. Ma quale danno? Come si fa a sostenere che perderemmo la collaborazione di uno Stato che su questa vicenda tremenda ci ha sistematicamente remato contro? La storia di questi anni ci dimostra esattamente il contrario. E continuare a fingere che le cose stiano diversamente è, francamente, un esercizio di ipocrisia che non ci possiamo più permettere.
mb 

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