IL FVG negli ultimi anni è stato particolarmente attenzionato dalle relazioni della DIA, si è passati da poche righe, a pagine intere dedicate alla nostra regione. Monfalcone è la città dei cantieri che hanno plasmato, nel bene o nel male, l'identità e la fisionomia di questa città che oggi ha il record, forse nazionale, di 84 nazionalità diverse e il 28% di cittadini stranieri, di cui 4000 mila circa solo bengalesi. Dagli anni '90 i cantieri hanno deciso di attingere manodopera da quella fetta di mondo. E ne son successe di cotte e di crude. Casi di caporalato, casi di estorsione sullo stipendio, casi. Ma tanti elementi messi insieme arrivano a costituire nel tempo se non una prova, elementi indiziari di una certa valenza su cui sarebbe bene riflettere e agire di conseguenza. L'ultimo episodio è quello che ha interessato un noto esponente di una parte della comunità bengalese dove in un video diffuso sulla
TV nazionale dal noto programma di La7 Tagadà, è emersa una minaccia verso chi avrebbe votato per il centro sinistra e non sostenuto la sua candidatura nelle liste di destra. Ora, a prescindere dal fatto se quelle minacce fossero da prendere alla lettera o meno, rimane la questione del metodo. Non interessa tanto il discorso politico in quanto tale, che è sicuramente importante, ma l'episodio che è emerso grazie alla denuncia di qualche bengalese coraggioso che ha detto no a questo modo di fare. Episodio espressione di un metodo che va oltre la questione elettorale e politica, perchè le prime vittime di questo sistema sono i bengalesi medesimi. Bisogna interrogarsi se a Monfalcone esiste un problema di “mafia” bengalese, città che non è immune alle mafie nostrane, camorra e 'ndrangheta in testa. Nelle relazioni periodiche della DIA a livello nazionale si rileva che generalmente la criminalità bangladese è operativa oltreché nello spaccio di marijuana e hashish, anche in quello dello yaba stupefacente di sintesi proveniente dal mercato asiatico. Però facendo una ricerca in rete emergono diversi casi di denuncia di "mafia" bengalese, da Palermo, a Napoli, al Lazio. Denunce che partono prima di tutto dalle vittime stesse, cittadini bengalesi che dicono no ai metodi mafiosi adottati da propri connazionali in un sistema tipicamente mafioso. Esiste l'Osservatorio regionale antimafia, che è stato anche lodato nelle varie relazioni della DIA. Nella legge che lo ha istituito si legge quanto segue:
la Regione promuove la diffusione della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile nei confronti di categorie o gruppi sociali soggetti a rischio di infiltrazione o radicamento di attività criminose di tipo organizzato e mafioso. Ecco, c'è un caso Monfalcone su cui dover indagare e intervenire, perchè qualcosa non va in questa città. E se dopo il 12 giugno questo episodio, tristissimo, che ha fatto il giro d'Italia, finirà, come già successo per altri casi, nel dimenticatoio, sarà un danno che si farà prima di tutto ai bengalesi onesti oltre che alla città di Monfalcone, perchè il silenzio, le ombre, sono la peggior cosa, sono la benzina dell'indifferenza che alimenta l'omertà. Serve fare sistema è nell'interesse di tutti approfondire e analizzare quanto sta accadendo a Monfalcone per rispondere a questa domanda: c'è in città un problema di "mafia" bengalese?
mb
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