Quel che resta del confine: le scritte di Ronchi che rischiamo di cancellare

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  Prima o poi doveva succedere. È una di quelle cose che noi storici guardiamo quasi con un sospiro di rassegnazione: per anni ci sono stati interventi,su questo tema ne ho fatti diversi, ma alla fine, quando si tratta di fare qualcosa di concreto   niente , non si muove un dito. E così rischiamo di veder sparire per sempre delle testimonianze storiche straordinarie. Mi riferisco a delle scritte in vernice rossa, tracciate sui muri a partire dal 1946. Un pezzo di storia che per qualcuno è un po’ scomodo, qualcosa che sarebbe molto più semplice infilare in un cestino e dimenticare. Per altri, invece, è la prova tangibile di quanto fosse immensamente complessa la vita sul confine orientale. A Ronchi, per dire, già il 1° maggio del 1945, durante la marcia di liberazione, sul manto stradale di Largo Petrarca la gente scriveva messaggi inneggianti alla resistenza slovena e alla solidarietà tra italiani e sloveni. Esistono delle fotografie bellissime che hanno immortal...

E ora separare la vicenda di Patrick da quella di Giulio


Altri due mesi e Patrick avrebbe scontato appieno i ventiquattro mesi di detenzione cautelare preventiva contemplati dal sistema penale egiziano. C'è chi racconta che è stata una vittoria della diplomazia o di chissà cosa o di chi, il buonismo egiziano che non c'è stato è l'unico dato di fatto. Hanno anticipato di due mesi la fine della detenzione preventiva cautelare del ragazzo "bolognese" che ha patito le pene dell'inferno per un paio di post sui social critici contro il regime egiziano. Anche se la paternità dei post in questione è sempre stata negata. Patrick è libero, per ora, la foto con l'abbraccio della sorella, con la sua famiglia, ha fatto il giro del mondo. Ma la situazione è assolutamente delicata, incerta. Se c'è una cosa che va fatta e che non è stata fatta e che sarebbe stato giusto fare come più volte fatto presente è scindere la storia di Patrick da quella di Giulio. Perché il rischio che il regime egiziano possa ritorcere su Patrick la pretesa di giustizia per l'omicidio di Stato di Giulio c'è.  E viceversa. C'era prima, come c'è soprattutto ora che il ragazzo finalmente è fuori dalle carceri egiziane ma non è ancora pienamente libero, perché ha l'incudine di un processo egiziano sulla testa, ed una condanna potrebbe riaprire le porte di quell'inferno. La situazione è complessa. Patrick è uno studente universitario, Giulio era un ricercatore universitario. Giulio era italiano, Patrick è stato adottato dall'Italia e studia a Bologna. Imprigionato, vittima della repressione egiziana, ne è uscito vivo. Giulio è stato ucciso sul lavoro, dagli apparati di sicurezza del regime di Al Sisi, per una sua ricerca sul campo, per conto dell'Università di Cambridge, che indagava il mondo dei sindacati governativi ed indipendenti. L'Egitto ha il modo di fare proprio di un sistema mafioso, attua ritorsioni, parla attraverso messaggi indiretti, usa gli ostaggi e se deve ottenere un qualcosa non guarda in faccia a nessuno, senza scrupoli. Parliamo di un regime che ha incarcerato 65 mila prigionieri politici. Se si vuole il bene di Patrick e la giustizia per Giulio, è arrivato il momento di slegare e separare le due vicende. Con l'Egitto non esiste alcun accordo di cooperazione giudiziaria, questo è fondamentale per riuscire a portare sul banco degli imputati in Italia almeno i quattro accusati dell'omicidio di Giulio. Sono sei anni senza Giulio. Tanti, troppi. Fino a quando non si raggiungerà l'accordo di cooperazione giudiziaria con l'Egitto, non si potrà parlare di alcun successo minimo della politica e diplomazia, perché questa, ad oggi, non c'è stata. Anzi, i rapporti con l'Egitto sono ottimi, normalizzati, come se nulla fosse mai successo e la scarcerazione di Patrick a due mesi dalla scadenza dei ventiquattro mesi di detenzione cautelare preventiva sono solo una vittoria illusoria, per quanto indiscutibilmente fondamentale per Patrick finito nella trappola egiziana.

mb

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