In Egitto si rischia la galera se denunci la malasanità. La linea repressiva della dittatura dopo la strage nella terapia intensiva
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Il NyTimes ha rilanciato lo scandalo che si è consumato in Egitto ai primi di gennaio. Era finito l'ossigeno a causa di problemi strutturali nel reparto di terapia intensiva. Pazienti ricoverati in terapia intensiva per coronavirus hanno perso la vita. L'immagine simbolo è sicuramente quella dell'infermiera andata nel panico più totale, mentre si consumava l'ennesima tragedia. Il tutto accade in un Paese che costruisce città faraoniche, che attirano capitali esteri per essere diventato l'Eldorado per il riciclaggio di danaro malavitoso, le mafie sicuramente avranno ringraziato la dittatura di Al Sisi. Accade in un Paese colpito dalla povertà estrema. E la dittatura come reagisce? A modo suo. Nel modo più scontato. Vietando la denuncia. Viene reso noto che l'ufficio del Ministero della Salute e della Popolazione ha inviato una decisione ufficiale a tutti gli ospedali con la quale comunica il divieto rigoroso di effettuare foto, video, all'interno di strutture mediche, laboratori, ambulanze e altri enti affiliati al ministero. La scusa, ovviamente, è quella di preservare la privacy, "il comfort e il diritto alla sicurezza del paziente, i lavoratori del settore sanitario e il personale medico". Certo. Ma la verità è ben nota. Visto che il tutto succede guarda caso dopo lo scandalo della terapia intensiva dove hanno perso la vita purtroppo diversi pazienti. Ed è venuto fuori grazie alle foto, ai video. Lo scopo è quello di occultare, nascondere la realtà, e vietare ogni tipo di denuncia, ogni tipo di giornalismo e libertà d'informazione. E se la osi questa libertà finisce in galera. La decisione della Public Health Insurance Authority è talmente banale e scontata come banale e scontato è il modus operandi quella dittatura, che il popolo egiziano purtroppo continua a patire.
mb
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