Il cartello che sbiadisce e la memoria che resiste grazie allo spomenik jugoslavo che ricorda le vittime del campo di concentramento di Gonars

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La Jugoslavia ha avuto un modo di ricordare le sue vittime, i suoi caduti, con dei monumenti straordinari, visionari, futuristici, ed uno di questi si trova nel cimitero di Gonars, il memoriale che ricorda gli internati e le vittime slovene e croate per mano fascista in quel campo di concentramento di Gonars di cui oggi non esiste più alcuna traccia, mentre quello di Visco sopravvive, grazie alle iniziative di pochi. All'entrata del cimitero di Gonars vi sono tre cartelli. Uno sloveno ed uno croato che ricordano i loro caduti, avrebbero potuto farne uno condiviso, invece, così non è, non è mica più la Jugoslavia. Su quello sloveno si leggerà "ossario degli sloveni internati e altre vittime della II guerra mondiale" su quello croato "ossario dei croati e degli altri internati e vittime della II guerra mondiale". Non hanno neanche scritto la stessa cosa.    A fianco ad essi, invece, vi è il pannello storico che ricorda cosa fu quel campo di concentramento, oltre 5...

Corte di Giustizia Europea: vietare il velo islamico in luogo pubblico è fatto non tollerabile in società democratica. L'Europa continua a dividersi sul velo ma non sul crocifisso

Il velo islamico continua a dividere l'Europa e anche la Corte di Giustizia europea. Che oscilla con pronunciamenti diversificati. Con la sentenza 14 marzo 2017 (causa C‑157/15 ) affermava che l’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi di tale direttiva.

Ora, con la sentenza del 18/09/2018 n° 3413/09 arriva ad affermare nella sostanza che vietare il velo islamico in pubblico significa compromettere il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione. Dunque una legge che voglia vietare il velo integrale o parziale in luoghi pubblici (nella fattispecie un tribunale) è da considerarsi come atto che faciliti una discriminazione volta a pregiudicare il diritto al rispetto della vita privata. Fatto, a detta dei giudici, che non può essere tollerato in una società democratica.

Ed il Belgio è stato condannato a risarcire per il danno morale la donna in questione.Una sentenza che farà discutere, visto il cambio di orientamento e probabilmente non farà piacere ai cultori delle nuove crociate. 

Sempre sul velo ad esempio la Corte europea dei diritti dell'Uomo disse "che la causa Dahlab riguardava la misura che vietava ad una insegnante di portare il velo islamico durante lo svolgimento della sua attività, divieto motivato dalla necessità di preservare i sentimenti religiosi degli allievi e dei loro genitori e di applicare il principio di neutralità confessionale della scuola sancito nel diritto interno. Dopo aver rilevato che le autorità avevano adeguatamente valutato gli interessi in gioco, la Corte ha giudicato, vista soprattutto la giovane età dei ragazzi di cui la ricorrente era responsabile, che le citate autorità non avevano superato il loro margine di valutazione."
Neutralità che invece, a quanto pare, non verrebbe violata dal simbolo per eccellenza della principale religione in Europa.

Nel 2011 con la nota sentenza della Corte europea dei diritti dell'Uomo i giudici affermarono che "il crocifisso appeso al muro è un simbolo essenzialmente passivo, e questo aspetto è importante agli occhi della Corte, tenuto conto soprattutto del principio di neutralità. In particolare non gli si può attribuire una influenza sugli allievi paragonabile a quella che può avere un discorso didattico o la partecipazione ad attività religiosa".
Marco Barone 

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