Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Non riduciamo e banalizziamo il razzismo solo ad una questione di "pelle". Il fenomeno è più profondo



Una foto diventata subito il simbolo di tutto ciò che si oppone al luogo di ciò che è stato individuato come il male assoluto, Pontida e la festa dei leghisti. Vi è chi dice che in Italia si starebbe ritornando alle condizioni del vecchio nazismo, quello che è stato comunemente debellato e rifiutato da tutti, proprio perchè non italiano, infatti lo stesso rifiuto condiviso ed accettato non vi è stato verso il fascismo, qui la questione è stata più complessa e figlia di compromessi e spesso il tutto ricondotto a banale folclore. E' innegabile che l'Unione Europea sta saltando. E la responsabilità non è delle destre radicali o meno radicali, della democrazia latente o meno, ma di un sistema politico ed economico governato anche dalla sinistra che ha favorito impoverimento, diseguaglianze, riacceso i fuochi nazionalisti e determinato la distruzione di identità e specificità sotto il segno di quella omologazione europea che per molti non ha significato un fico secco. L'idea di Europa va tutelata, difesa, protetta e tutelata. Nel banalismo di ciò che accade quattro ragazze di colore diventano il simbolo della nuova Italia. Operazione già tentata con Balottelli, quando si disse che lui doveva diventare il capitano della Nazionale perchè di colore, per dare esempio. E poi i soliti fiumi di parole. Con lo sport strumentalizzato per fini altri.  Quando la fascia di capitano va conquistata sul campo e non fuori dal campo. Probabilmente non si è capita la nostra società. Guardate che anche le persone di colore sono fasciste, sono razziste, anche i meridionali sono leghisti. Il razzismo non è più tanto e solo una questione di colore della pelle, ma ben altro, a partire dall'identità sociale, di genere, del ramo di appartenenza. Il razzismo che porta all'esclusione è prima di tutto verso le classi sociali più indifese, bianche o non bianche che queste siano. La banalizzazione della lotta al razzismo rischia di essere deleteria per come gestita e cavalcata perchè qui in tanti hanno perso il lume della ragione non avendo accettato di essere stati meritatamente sconfitti e bastonati dall'elettorato che ha votato o che non si è recato consapevolmente alle urne. Certamente un problema verso le persone di colore c'è. Quel razzismo odioso c'è. Ma non è il più importante oggi in Italia. Questo è il punto della situazione. E continuare a impostare l'opposizione mediatica in questo modo altro effetto non avrà che spingere gli attuali governanti a percentuali enormi a maggioranze bulgare. Dunque no. La nuova Italia non può partire da quella bellissima staffetta, da quelle quattro ragazze italiane, perchè loro fanno già parte dell'Italia. Non è quello il simbolo giusto per combattere il razzismo reale.

Marco Barone 

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