Chi decide cos'è un capolavoro? Arte, denaro, passione e la lezione della Storia

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  Se ci guardiamo intorno oggi, c'è una sensazione quasi paradossale: in questo mondo ci sono forse più scrittori che libri, più poeti che poesie, più artisti che quadri! Tutti che creano, tutti che producono! Ma la vera domanda — e qui c'è il nocciolo della questione — è: chi è che decide che cos'è davvero un'opera d'arte?  Eh, la risposta è semplicissima, la storia ce lo insegna benissimo! È quello che un tempo avremmo chiamato il mondo della grande borghesia. Quell'uno percento della popolazione che detiene una ricchezza spropositata e che, a un certo punto, cosa fa? Si china, si mescola con l'umiltà del mondo, va a cercare l'artista squattrinato per fare una cosa ben precisa: capitalizzare l'arte . Non c'è nulla di scandaloso! Sia chiaro, è una constatazione quasi banale, fisiologica. Sono due mondi completamente diversi che però diventano assolutamente complementari: l'uno ha bisogno dell'altro. L'artista ha bisogno del mecenate ...

Siamo in guerra, ma in Italia non possono dirlo,altrimenti non la possono fare

E' innegabile che l'Occidente è in guerra. Una guerra non iniziata dopo il 13 novembre, e neanche dopo l'11 settembre. Una guerra iniziata ben prima, che continua, frammentata. Non è una guerra globale, e neanche la terza guerra mondiale, anche se la Siria è il terreno ove si scontrano gli interessi delle principali potenze mondiali oggi militarmente in guerra. In Italia è vietato usare la parola guerra, non sia mai. Altrimenti si scatenano i soliti sentimenti conformi alla nostra Costituzione. Maledetta quella Costituzione che non legittima la guerra, che rifiuta la guerra, no? Ed allora no, non siamo in guerra, ma per fare la guerra dobbiamo dire che è solo una lotta contro il terrorismo, una battaglia, ma non una guerra.  D'altronde le fregature delle missioni di pace non funzionano più e neanche quelle delle guerre umanitarie.  Per fare la guerra, non si deve dire che si è in guerra e si deve preparare l'inesistente opinione pubblica a legittimare scelte in tal senso. Dicono che i nostri aerei non bombardano, ma preparano solo il campo con le ricognizioni. E' come dire io non sparo dalla trincea, ma mando i miei soldati a costruire la trincea. Ma la trincea è o non è funzionale alla guerra? E' o non è strumento di guerra? Certo che lo è. Insomma nella patria di Dante che si diverte a giocare con le parole, si continuano a prendere per scemi gli italiani. Meglio la coerenza che le prese in giro. Tanto alla fine lo sapete bene che non ci sono le condizioni, ad oggi, per fermare la vostra guerra, il pacifismo è morto e sepolto. Ed allora perché tutti questi giochi? Perché la sinistra al governo non può mica fare la guerra. Almeno quella italiana. Il perbenismo elettorale. Ed allora non chiamiamola guerra, salviamo la faccia. Chiamiamola lotta per la difesa della nostra civiltà, contro il terrorismo. Sì, abbiamo fatto mea culpa, nella nostra società cattolica questa è una confessione. Abbiamo ammesso che l'Is è un mostro nato dagli errori ed anche orrori dell'Occidente. Siamo stati perdonati. Da chi? Non importa. Abbiamo scontato la penitenza. Come? Non importa. Ora lasciateci fare la nostra guerra, che non chiameremo mai guerra, almeno per ora.
Marco Barone 

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