I simboli della guerra in Ucraina, da Marina Julia al Carso isontino
C’è una vecchia verità che noi storici conosciamo fin troppo bene, e cioè che le guerre si sa sempre come e quando cominciano, ma non si sa mai, mai, come andranno a finire. È la tragica, quasi grottesca banalità del disastro, che di umano non ha niente perchè le guerre, tutte le guerre, sono semplicemente l'apice della disumanità. Oggi, di fronte a quello che sta accadendo in Ucraina, l’opinione pubblica si è spaccata – com’è sempre accaduto nella storia – in due grandi scuole di pensiero. Da un lato c’è la narrazione di chi vi dice: "No, badate, questa è un’operazione speciale, un atto preventivo necessario per anticipare le mosse della NATO". Dall’altro lato, invece, c’è chi constata una realtà molto più classica, e vi dice: "Ma quale operazione speciale! Queste sono le canoniche, vecchie mire espansionistiche di un impero in declino". Un impero decadente che lancia il suo ultimo, feroce ruggito. Ad un prezzo elevatissimo. Spaventoso. Pagato da non si sa quante migliaia e migliaia di persone, di civili, di soldati, di cui forse non sapremo mai il numero esatto. Perché la guerra fa questo: semina l'orrore, distrugge lo spazio vitale e lacera i rapporti tra le comunità. Per far tornare le cose alla normalità non bastano pochi anni. Ci vogliono decenni. Generazioni! Basta guardare a quello che è successo nella ex Jugoslavia: sono passati più di trent'anni dalla fine di quella spaventosa macelleria nel cuore dell’Est Europa, eppure ancora oggi, nel 2026, sentiamo le ripercussioni di quelle ferite che non si sono mai rimarginate del tutto. E poi c’è un’altra cosa straordinaria. Ogni conflitto produce i suoi simboli, le sue icone. Questa guerra la ricorderemo sicuramente per i suoi protagonisti, per Zelensky e per Putin, ma la ricorderemo anche per i droni che ronzano nei cieli e per quella famosa lettera,la "Z" russa, che ha marchiato l'inizio dell'invasione. Ma la cosa che ci deve far riflettere, e che ci tocca da vicino, è che questa "Z" non è rimasta confinata nei campi di battaglia del Donbass. No, è arrivata fin qui, nel nostro territorio! Da tempo la si vede comparire sui muri del Carso isontino, o a Marina Julia. E lì, succede una cosa interessantissima: qualcuno, in un gesto di aperta ribellione e di protesta, l'ha letteralmente ricoperta col giallo e col blu, i colori dell'Ucraina. Simboli, sigle, colori che contaminano la nostra quotidianità. Molta gente ci passa davanti, guarda e magari non capisce il senso di ciò che sta osservando anche di sfuggita, non sa nemmeno cosa si prospetta davanti ai suoi occhi. Eppure l’evidenza è lì. La grande Storia, con tutte le sue tragedie, è venuta a bussare alla nostra porta, ed è qui, in mezzo a noi, tutti i giorni.
mb

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