L'esplosività emozionale dell'arte friulana nel decennio 60/70
Immaginate, per un momento, di calarvi in quel decennio formidabile che va dal 1960 al 1970. Non stiamo parlando di Parigi, di Berkeley o di Londra, ma del Friuli Venezia Giulia. Una terra che, in quegli anni, decide a modo suo di essere protagonista assoluta della Storia. Ci sono collettivi, ci sono gruppi di ragazzi, ci sono individualità straordinarie che a un certo punto si guardano in faccia e dicono: "Basta. Noi adesso dobbiamo tagliare col passato, dobbiamo creare una frattura totale".
E qual è l'opera, il simbolo che più di tutti, in questa regione, ci fa capire visivamente cosa stava succedendo? È il lavoro titanico di Franco Basaglia. Capite la portata della cosa? Basaglia prende l'energia di questo decennio – un decennio incredibilmente innovativo, rivoluzionario come pochissimi altri in tutto il Novecento – e gli dà un corpo. E che corpo gli dà? Quello di Marco Cavallo. Un cavallo azzurro di cartapesta che sfonda, letteralmente e metaforicamente, i muri dell'istituzione totale. Una cosa da far tremare i polsi!
Ecco, se voi andate a Gradisca, in un posto denso di memoria come la storica Galleria Spazzapan, vi trovate faccia a faccia con le testimonianze vivissime di quella rivoluzione. E ci sono se non tutti, sicuramente tanti protagonisti di quel tempo. Come le video performance di Emanuela Marassi, e poi i lavori di Luciano Celli, Mario Sillani Djerrahian, Ugo Guarino, Getulio Alviani... E ancora Luciano Ceschia, Mario Baldan, Carlo Ciussi, Nane Zavagno, Dino Basaldella, fino ad arrivare a giganti come Giorgio Celiberti, Marcello Mascherini, Nino Perizi, Livio Schiozzi, Mario Palli, Lucio Saffaro e Giuseppe Zigaina.
Un vero e proprio esercito di intellettuali e creativi. Ognuno combatteva questa battaglia con le proprie armi e il proprio stile: chi faceva manifesti, chi scolpiva, chi dipingeva, chi usava semplicemente le parole.
E cosa fanno tutte queste opere messe insieme, oggi? Ci prendono per mano. Ci riconducono in un’epoca che, se la paragoniamo – diciamolo pure, con un po' di amarezza – al piattume o al "niente assoluto" che a volte sembra circondarci oggi, rappresentava un "tutto". Era un mondo vivo, pulsante, denso di significato. Oggi quel "tutto" diventa per noi una sorta di rifugio, uno spazio in cui provare una profonda nostalgia. E l'arte, signori miei, alla fine serve proprio a questo: è il ponte perfetto, formidabile, che ci permette di attraversare il tempo.
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