Nel monfalconese furono in migliaia a volere la Jugoslavia di Tito e il comunismo e non furono loro gli anti italiani
Per raccontare la storia di un territorio, di un pezzo di terra così tormentato, bisognerebbe avere in mano gli attrezzi del mestiere. E invece, guardiamoci intorno: cosa vediamo? Vediamo la Storia ridotta a una merce da svendita, usata e calpestata da una politica da quattro danari. Una politica che parla a una società che, diciamocelo chiaramente, è diventata un po' burbera, un po' vuota, terribilmente approssimativa. Si specula sull’ignoranza, si usano i dogmi della propaganda come se fossero verità rivelate. E badate bene, questo è esattamente quello che è successo per decenni sul confine orientale. L’Italia sfracellata e la ricerca della verginità. Dobbiamo immaginarci l’Italia del '45. È un Paese sfracellato, uscito a pezzi dalla seconda guerra mondiale. Si è salvato il salvabile solo grazie alla Resistenza, solo perché a un certo punto si è deciso di rinnegare i nazisti — di tradirli, se vogliamo usare le parole forti della cronaca. E allora cosa fa, questa nuova Italia? Cerca disperatamente di ricostruirsi una verginità. E come lo fa? Appiattendosi su quel sentimento anticomunista che gli americani stavano scatenando ovunque nel mondo. Ma la storia dei luoghi, la storia della gente in carne ed ossa, è molto più complicata di così. Il fascismo non è stato un raffreddore passeggero; è stato un malanno durato vent'anni. E gli italiani, per la gran parte, si erano adattati. Quando un regime ti toglie il terreno da sotto i piedi, quando ti costringe a camminare sui suoi binari per poter semplicemente sopravvivere la scelta per milioni di persone non c’è mica. Poi però, quando hanno potuto scegliere, lo hanno fatto: hanno scelto la Resistenza. Ma andiamo a vedere cosa succedeva in posti come il Monfalconese. Lì, sotto l’Impero austroungarico, la gente conviveva da cent’anni. Identità diverse, lingue diverse — slavi, tedeschi, italiani — che stavano insieme senza scannarsi. Poi arriva il fascismo e decide che no, il 'diverso' va assimilato alla 'razza italica'. E come lo fanno? Con una violenza che non è solo fisica, ma burocratica, psicologica. Ti cambiano il cognome. Ti spazzano via l'albero genealogico. Se non l’hai vissuto sulla tua pelle, non puoi capire cosa significhi non potersi più chiamare con il nome dei propri padri. Ancora oggi ci sono migliaia di famiglie che portano quei cognomi italianizzati a forza. È stato un tentativo di annientamento: prima con le carte bollate, poi con i campi di concentramento, infine con le stragi e l'odio. Vent’anni di regime non sono bastati a spezzare tutto. Perché nella Resistenza italo-slovena, in quelle brigate miste, quei popoli si erano ritrovati. Certo, c'erano le rivendicazioni territoriali, le 'scaramucce' su cosa fosse mio e cosa fosse tuo — le guerre sono fatte anche di questo. Ma c’era un collante: il comunismo, la Jugoslavia di Tito, l'idea di tornare a una convivenza che il fascismo aveva distrutto. Quando il primo maggio del 1945 i partigiani jugoslavi entrano a Trieste, a Gorizia, a Monfalcone, Ronchi, le scritte sui muri inneggiano alla fratellanza. E migliaia di operai di Monfalcone decidono di andare di là, in Jugoslavia, a costruire il socialismo. Perché? Perché qui, in Italia, l'aria puzzava ancora di ventennio. Assistiamo a un paradosso sbalorditivo: i partigiani finiscono alla sbarra, processati, mentre i fascisti tornano a galla. Perché per gli americani il nemico era uno solo: il comunismo. E allora, chi era stato comunista o voleva la Jugoslavia veniva liquidato come 'anti-italiano'. Ma è una banalità sconcertante! Anzi, se ci pensate, per molti di loro quello era l'unico modo di essere davvero italiani: rinnegando tutto ciò che il fascismo aveva rappresentato. Oggi però ci raccontano un'altra storia. Specialmente dopo quella legge sul 'Giorno del Ricordo' — una legge, diciamocelo, impostata in modo ideologico, usata come una clava politica. Si è creato un clima di revisionismo che ha permesso di riabilitare centinaia di fascisti e, cosa ancor più grave dal punto di vista storico, di equiparare l'idea di società jugoslava e comunista a quella nazista. Ecco, permettetemi di dirlo: dal punto di vista dello storico, un obbrobrio più grande di questo non si poteva proprio edificare. Qui il rischio di essere fraintesi è altissimo. Nessuno sta dicendo — e io per primo non mi sognerei mai di farlo — che non siano successe cose terribili, nefaste, atroci. Dio ce ne scampi! Il negazionismo non c'entra nulla, non è questo il punto della questione. Il punto, è questa maledetta semplificazione. Questa tendenza, tutta contemporanea e un po' becera, al riduzionismo. Si prende un secolo di storia, fatto di sfumature, di tragedie individuali, di scelte laceranti, e lo si riduce a un unico fascio — è proprio il caso di dirlo — pietoso e indecente. E cosa si ottiene? Si ottiene solo altro odio, che va a coprire l’odio precedente, gettando fango sulle vite di migliaia di persone. Ma proviamo a metterci nei panni di questa gente. Immaginiamoceli! Questi poveracci hanno dovuto subire vent'anni di camicia nera, poi una guerra che gli è letteralmente caduta dal cielo per i deliri di grandezza di Mussolini. Hanno affrontato i lutti, la fame, i pericoli della Lotta di Liberazione... e alla fine, qual è il ringraziamento? L’infamia. Vengono spacciati per 'anti-italiani'. Chi sono i veri anti-italiani? Sono forse quelli che hanno cercato una via d’uscita nel socialismo, o sono quelli che hanno scatenato il disastro? Sono quelli che il fascismo lo hanno inventato, sostenuto, abbracciato con entusiasmo finché le cose andavano bene? Perché la cronaca è impietosa: c’è tutta una classe dirigente che, quando ha capito che la baracca stava crollando, ha pensato solo a mettere in salvo — come si sarebbe detto nell'antica Roma con un'immagine un po' cruda — il proprio fondo schiena dalla punizione di Priapo. E allora cosa fanno costoro? Saltano sul carro del vincitore di turno. Con una disinvoltura che definire sbalorditiva è poco! Si rifanno il trucco, si rimettono la giacca pulita e, con la stessa faccia tosta con cui acclamavano il Duce, si mettono a riscrivere la storia a modo loro. È questa la vera oscenità storica: vedere chi ha causato la rovina del Paese ergersi a giudice di chi, tra mille contraddizioni, ha cercato di ricostruirlo su basi diverse. È un rovesciamento della realtà che, se non fosse tragico, sarebbe quasi grottesco.
mb

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