L'esplosività emozionale dell'arte friulana nel decennio 60/70

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Immaginate, per un momento, di calarvi in quel decennio formidabile che va dal 1960 al 1970. Non stiamo parlando di Parigi, di Berkeley o di Londra, ma del Friuli Venezia Giulia. Una terra che, in quegli anni, decide a modo suo di essere protagonista assoluta della Storia. Ci sono collettivi, ci sono gruppi di ragazzi, ci sono individualità straordinarie che a un certo punto si guardano in faccia e dicono: "Basta. Noi adesso dobbiamo tagliare col passato, dobbiamo creare una frattura totale". E qual è l'opera, il simbolo che più di tutti, in questa regione, ci fa capire visivamente cosa stava succedendo? È il lavoro titanico di Franco Basaglia. Capite la portata della cosa? Basaglia prende l'energia di questo decennio – un decennio incredibilmente innovativo, rivoluzionario come pochissimi altri in tutto il Novecento – e gli dà un corpo. E che corpo gli dà? Quello di Marco Cavallo . Un cavallo azzurro di cartapesta che sfonda, letteralmente e metaforicamente, i muri d...

Quella guerra di scuole nella Venezia Giulia alle porte dello scoppio della grande guerra


La questione dei censimenti e delle scuole è sempre stata delicata nelle vicende del confine orientale. L'ultimo grande censimento austriaco risaliva al 1910 ma si contestava l'esistenza di un secondo censimento che non sarebbe stato pubblicato perchè sfavorevole all'Impero. Ma in realtà non esisteva alcun secondo altro censimento nascosto poichè questi venivano realizzati con cadenza decennale, dal 1880, ogni 31 dicembre dell'anno di riferimento.  Nel 1913, alla vigilia dello scoppio della grande guerra, che interesserà l'Italia nel 1915, si rappresentava a Trieste, città fedele all'Austria da diversi secoli, una popolazione italiana di quasi il 75%.  E ciò che si lamentava da Venezia in giù era la questione delle scuole come evidenziava una corposa inchiesta pubblicata sulla prima pagina della Stampa, che fomentava la propaganda antiasburgica sul fronte interno italiano.  Su Trieste, così scriveva:

"Esistono una scuola nautica ed una di accademia del commercio governativa, dove la lingua di insegnamento è ancora l'italiano, ma sono un'eredità dei vecchi tempi, di un mondo che è già tramontato: l'una fu aperta nel 1754, l'altra nel 1817. Un terzo istituto italiano che si dice governativo, la scuola industriale vive con un lauto sussidio annuo del Comune. Tutte le tre scuole sono state impiantate in palazzi di proprietà del Comune e della Camera di commercio. Oltre a' ciò non vi è più' nulla di italiano del Governo a Trieste: nè una Scuola elementare, nè un ginnasio, nè un istituto tecnico".  Da osservare che non si era in Italia, ma sotto l'Impero asburgico e che la lingua principale non era l'italiano ma il tedesco.

 

Ma l'articolista di quel tempo si sofferma anche su quanto accadeva nel resto della Venezia Giulia. " Fuori di Trieste poi, in tutta la Venezia Giulia, con i suoi 383 mila italiani, non rimane che a contare ancora di governativo un ginnasio a Capodistria, che vive però anche di contributi comunali e di un lascito della contessa Grisoni, una  piccola sezione italiana aggregata al ginnasio tedesco di Gorizia e un'altra scuola nautica a Lussinpiccolo. Null'altro". Si ricordava che anche la città più italiana dell'Istria con i suoi quindicimila abitanti, "Pirano e Monfalcone, che, con i suoi cantieri e le sue officine, supera le dodicimila anime, domandano da molto tempo al Governo un ginnasio: si è sempre risposto con un reciso rifiuto. Invece si aprono scuole tedesche per i figli di pochi ufficiali o impiegati, mandati in guarnigione o scaglionati lungo una linea ferroviaria". E ancora  a "Ragusa, dove ci sono almeno mille cinquecento pugliesi che fanno commerci di verdure e di frutta, si vedono perfino molti figli di questi regnicoli fondersi nelle file serbe e croate, sdegnare la lingua patria, urlare fanatici contro gli italiani. A Santa Croce, poco lontano da Trieste, prima che si aprisse una scuola della Lega Nazionale, avvenne che un figlio di un regnicolo, vissuto sempre in paese,  chiamato in Italia per il servizio militare, non sapeva una sola parola di italiano".

Da constatare che una politica simile, anche se decisamente più feroce, rispetto a quella denunciata dall'inviato speciale della Stampa, una decina d'anni dopo verrà attuata dal fascismo nel confine orientale verso le minoranze slovene e germanofone, cercando di sradicarne le radici, l'identità, la tradizione, la lingua.

 mb


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