L'Atelier del Silenzio: storia incredibile di Afro, di un castello e della rinascita del Friuli

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      Dimenticatevi il solito castello medievale. Niente pietre fredde, niente polvere. No, qui stiamo parlando di una fortezza viva, spalancata sul mondo! Immaginatevi quest'uomo, Afro, immerso in quel verde friulano così prorompente. E lui che cosa fa? Lo prende e lo reinterpreta a modo suo, lo trasforma in quell'astrattismo pazzesco che lo renderà uno degli artisti italiani più celebri al mondo nel suo tempo. E guardate che c'è un parallelo fantastico! Pensate a Cy Twombly che si rinchiude nella sua fortezza a Bassano in Teverina, immerso nello splendore dell'accoglienza dei Franchetti... Ebbene, Afro vede questa cosa e segue esattamente quelle orme. Questo castello, sia chiaro, non riesce a comprarlo! Anche se era nei suoi desideri. Ma non si perde d'animo: se lo prende in affitto per anni e lo trasforma nel suo laboratorio creativo, nel suo rifugio d'arte. E allora la mostra “Afro al Castello di Prampero: l'Atelier del Silenzio (1961-1976)” ... non pote...

Il Vaticano e Tito, un rapporto di rispetto e stima


C'è chi non sa più a cosa aggrapparsi per eliminare l'onorificenza riconosciuta a Tito nel 1969. Addirittura si apprende che sarebbe stata depositata una proposta di legge per modificare la legge sulla concessione delle onorificenze per arrivare a cancellare quella riconosciuta a Tito. Onorificenza che si inseriva in un contesto politico delicatissimo e che vedeva la Jugoslavia alleata dell'Italia, dell'occidente e con ottimi rapporti soprattutto con il Vaticano. Cosa da non sottovalutare e che forse i detrattori ignorano, ma è inutile perdere tempo con alcune soggettività che vanno diritte per la loro strada coltivando iniziative inutili  e che avranno una possibilità di successo pari a zero. La storia è una cosa seria e va affrontata con serietà. Tanto detto, sul punto, voglio ora mettere a disposizione alcuni discorsi del Papa, e delle autorità vaticane sulla Jugoslavia e su Tito che potranno ben fare intendere il senso di rispetto e di stima che sussisteva nei confronti di chi per tanti è solo un tiranno, un tremendo dittatore, per altri un mito. La verità non è mai da una sola parte, spesso sta nel mezzo in un contesto storico tremendo, irripetibile e anche difficile da giudicare con il metro di oggi.

mb

 

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II 
AL SEGRETARIO PER GLI AFFARI ESTERI DELLA 
REPUBBLICA SOCIALISTA FEDERATIVA DI YUGOSLAVIA

Domenica, 13 luglio 1980

 

Sua Eccellenza,

Rivolgo un cordiale benvenuto a lei, alla Signora Vrhovec, e alle distinte personalità che l’accompagnano. È un piacere incontrare un membro così importante del Governo Iugoslavo. Dalla visita del suo predecessore, Signor Milos Minic, al Papa Paolo VI nel novembre 1977, la Repubblica Socialista Federativa di Yugoslavia è stata rappresentata in Vaticano dall’Agosto all’Ottobre 1978, e all’inizio di quest’anno la Santa Sede ha manifestato le sue condoglianze al popolo della Yugoslavia per la morte di Tito. Tutto questo è stato una conferma dello sviluppo di buone relazioni fra la Santa Sede e la Yugoslavia ed un punto di partenza per il loro ulteriore sviluppo. Io stesso sarò lieto di promuoverle, come fece il mio predecessore Papa Paolo VI.

Gli sforzi del vostro paese nell’ambito delle relazioni internazionali si riflettono positivamente su questo processo. Sono felice di riesprimere i sentimenti di Papa Paolo VI quando parlò dell’apprezzamento da parte della Santa Sede per l’attività della Yugoslavia alla ricerca di una migliore cooperazione fra le nazioni, particolarmente per le questioni riguardanti la pace, il disarmo ed il sostegno dovuto ai paesi in via di sviluppo. La Santa Sede da grande importanza a questi problemi, alcuni dei quali divenuti molto gravi negli ultimi tempi, in previsione dei molti ostacoli che sembrano intralciare la via del dialogo per la soluzione di dispute riguardanti le relazioni fra i popoli e lo sviluppo dei paesi assicurando rispetto per la loro dignità e indipendenza. Ho spesso parlato di questi problemi, in particolar modo davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e al quartier generale dell’UNESCO, e durante i miei viaggi alla mia nativa Polonia e a molti altri paesi del mondo, fra cui il viaggio in Brasile che ho appena completato. Ho espresso il mio desiderio che ogni nazione ottenga lo sviluppo richiesto dalla sua dignità conservando l’indipendenza e le sue tradizioni, in un’atmosfera di rispetto per i diritti e le libertà di ogni popolo e di ogni individuo.

Un’altra ragione per l’interesse nel costruttivo sviluppo delle nostre relazioni è l’effetto che dovrebbero avere sulla vita e le opere della Chiesa in Yugoslavia. Come ben sapete, la Chiesa Cattolica, pur non cercando privilegi, ha bisogno di essere assicurata dei requisiti per svolgere il proprio lavoro e quello delle sue istituzioni, rendendo possibile lo sviluppo delle potenzialità contenute nella fede cristiana. Questo permetterà ai Cattolici di svolgere meglio il proprio ruolo di cittadini leali e desiderosi di contribuire al benessere della loro terra, e servirà sicuramente al progresso dei loro concittadini e di tutta la Yugoslavia.

La buona volontà e lo spirito di comprensione assicureranno il successo di queste speranze, superando tutte le difficoltà. Dio garantisce che la cooperazione continuerà a crescere, sia nel vostro paese che nell’ambito più ampio delle relazioni internazionali per il bene di tutti.

La Yugoslavia e il suo popolo mi interessano profondamente. Prego Dio di benedirli e di assisterli nel loro progresso morale e materiale, assicurando loro prosperità e felicità. Assicuro Sua Eccellenza dei miei migliori auguri per lei e per i leader del suo paese.

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AL PRESIDENTE
DELLA REPUBBLICA SOCIALISTA FEDERATIVA DI JUGOSLAVIA

19 dicembre 1980


Signor Presidente,

1. Come prima cosa vorrei dire a Sua Eccellenza quanto apprezzi la sua visita. Mi permetta di esprimerle le mie congratulazioni dopo la sua elezione all’alta carica di Presidente della Presidenza della Repubblica Socialista Federativa Jugoslava. Mi ricordo del nostro primo incontro quando Lei rappresentava la Iugoslavia alla cerimonia d’inaugurazione del mio Pontificato.

Negli ultimi anni ci sono state molte occasioni di contatto e di conversazione fra alti dignitari del suo paese e la Santa Sede. Evoco la più recente: il mio incontro con il Signor Segretario Federale per gli Affari Esteri che accompagna oggi Sua Eccellenza; ebbe luogo nel giugno scorso, all’indomani del mio ritorno dal Brasile. È naturale che la sua visita, Signor Presidente, ravvivi il ricordo di una circostanza analoga a quella di oggi, quella del ricevimento del Presidente Tito da parte di Papa Paolo VI una decina d’anni fa.

Quella visita ha segnato una tappa importante nel consolidamento di relazioni più fruttuose fra la Santa Sede e la Iugoslavia, normalizzate a livello diplomatico alcuni anni prima, e nella ricerca di relazioni leali fra Chiesa e Stato. Quando queste si fondano sul rispetto della reciproca indipendenza e sui diritti di ognuno, non possono che andare a vantaggio della società civile, così come della Chiesa.

Fu possibile affermare allora che era stato superato un periodo certamente non esente da difficoltà nei rapporti fra Santa Sede e Chiesa Cattolica in Iugoslavia da un lato, e le Autorità civili dall’altro.

La volontà di impegnarsi reciprocamente per lo sviluppo di quel riavvicinamento già realizzato, doveva servire ad approfondire il dialogo su quei problemi riguardanti la pace e la collaborazione internazionali - ai quali la Santa Sede e la Iugoslavia riservano sempre un’attenzione particolare - e su questioni collegate alla presenza attiva della comunità cattolica in Iugoslavia. Per quest’ultimo punto, lo scopo era di assicurare sempre più lo spazio di legittima libertà - senza privilegi - di cui la Chiesa ha bisogno per svolgere il proprio ministero spirituale.

Penso che il modo in cui sono stati vissuti questi rapporti negli ultimi anni abbia sufficientemente confermato le previsioni ed i desideri dei protagonisti dell’incontro. La vostra visita oggi è un segno della determinazione a proseguire sulla strada intrapresa.

Cogliendo questa occasione, voglio riaffermare la disponibilità della Santa Sede a proseguire nella stessa direzione, cosciente dei risultati positivi che ne possono ulteriormente derivare grazie allo sforzo congiunto di uomini che, animati di buona volontà, esaminano insieme i diversi problemi per cercare delle soluzioni adeguate.

2. È in questa prospettiva di un’azione particolare in favore della pace e, nello stesso tempo, del servizio inerente al mio ministero apostolico che bisogna considerare l’iniziativa che ho ritenuto mio dovere intraprendere inviando, il primo settembre scorso, il documento sulla libertà di coscienza e di religione, accompagnato da una lettera personale, a Sua Eccellenza e agli altri Capi di Stato firmatari dell’Atto Finale di Helsinki, in vista della Riunione sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa che si svolge attualmente a Madrid.

Conoscendo infatti la crescente importanza che implica, per una pace reale ed effettiva, a livello nazionale ed internazionale, il godimento concreto dei beni spirituali e dei diritti inalienabili della persona umana che vi corrispondono, mi è parso utile invitare i destinatari ad una riflessione approfondita sull’argomento in modo da favorire in ogni paese un’applicazione completa ed organica della libertà religiosa nella vita reale.

La vostra risposta, che ho appena ricevuto, manifesta che Lei stesso ed il Governo Jugoslavo avete compreso lo scopo positivo di quel documento. Questo ha lo scopo di fare in modo che, nei paesi attenti a sviluppare il processo multilaterale avviato dalla firma dell’Atto Finale di Helsinki, ogni essere umano veda soddisfatte in modo adeguato le proprie aspirazioni naturali più intime, di ordine spirituale, a livello individuale e comunitario, e trovi così un incoraggiamento e delle condizioni più favorevoli per apportare serenamente il proprio contributo alla realizzazione di un maggior benessere sociale per tutti.

Penso che questo documento esaminato alla luce di tale prospettiva potrà avere degli effetti benefici anche per la vita e l’attività della Chiesa cattolica Jugoslava, affinché essa possa compiere la sua missione religiosa e spirituale in modo sempre più adeguato. Tali progressi non potranno che facilitare l’apporto dei cattolici jugoslavi al miglioramento ed al consolidamento della vita sociale.

3. Se la mia iniziativa corrisponde alla missione particolare del Seggio Apostolico, è altrettanto vero che quest’ultimo continua a seguire con viva stima qualsiasi altra iniziativa e qualsiasi altro sforzo miranti a superare le tensioni e le discordie che inquietano la vita degli uomini e delle nazioni e, in conseguenza, ad affermare la pace e rendere possibili migliori rapporti internazionali in Europa ed al di fuori del continente. A questo proposito, conosco i continui sforzi della Iugoslavia in seno alle diverse istanze internazionali per preparare le vie che permettano di superare le gravi difficoltà che rendono ancora oggi fragile la pace del mondo.

Non ci si stupirà dunque se, assicurandoLa che la Santa Sede non cesserà di pronunciarsi ed agire in favore di un dialogo saggio, aperto e leale - considerandolo un modo giusto ed umano per raggiungere la soluzione dei complessi problemi che preoccupano l’opinione pubblica mondiale - Le rinnovo, Eccellenza, i miei ferventi voti per la continuazione dell’azione che il vostro paese ha intrapreso in questo senso e che è il frutto di un atteggiamento di legittima indipendenza che la caratterizza da molti anni.

4. In questa fine del 1980, mi permetta, Signor Presidente, di rivolgere a tutto il popolo jugoslavo, ed in primo luogo a Lei e alle Autorità federative e locali, i miei migliori auguri perché il nuovo anno porti a tutti, fra gli altri doni, la gioia di un costante progresso che sia capace di soddisfare le loro aspirazioni umane materiali e spirituali. Chiedo al Signore che sia così, e mi faccio dovere di augurare una felice festa di Natale a tutti quelli che, in Iugoslavia, condividono nella fede la gioia della sua imminente celebrazione.

 

 

 

 

DISCORSO DI PAOLO VI
IN OCCASIONE DELLA VISITA UFFICIALE DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI JUGOSLAVIA*

Lunedì, 29 marzo 1971

 

La visita della quale Ella oggi ci onora, suscita nel nostro animo particolari emozioni e riflessioni.

Pensiamo innanzitutto, con rispetto e stima affettuosa, al Paese donde Vostra Eccellenza viene e alle sue popolazioni, a noi per tanti titoli carissime.

Fra questi titoli non Le dispiacerà se Noi, sacerdote e Pastore, rammentiamo, primo fra tutti, la fede cristiana che da secoli illumina tanta parte delle vostre genti, e che ha dato alla storia tante nobili e forti figure di testimoni e di santi; e ci sarà consentito ricordare gli speciali vincoli culturali e spirituali che stringono molte di codeste popolazioni a questa Sede Apostolica.

Genti e terre ricche d’una storia antica e diversa, che, accanto alle pagine segnate dalla gloria e dalla prosperità, non poche ne enumera attristate dalle prove e dalle calamità. Sicché i vostri popoli, posti in Europa alla confluenza di differenti e spesso contrastanti civiltà, ci sembra che siano segnati, dalle esperienze sofferte e dalla Provvidenza, a speciale vocazione nel cercar d’essere punto d’incontro e di comprensione, perché al Continente siano risparmiati nuovi conflitti ed esso sappia trovare nella collaborazione delle Nazioni che lo popolano il sentiero d’un più completo progresso e più fraterna civiltà.

A tale vocazione la Jugoslavia, sotto l’impulso e la guida di Vostra Eccellenza, sembra voler oggi rispondere estendendo il suo raggio d’influsso internazionale oltre i confini d’Europa, in un mondo in realtà divenuto più ristretto e solidale, tanto negli aspetti positivi, come in quelli negativi.

Vostra Eccellenza conosce con quanta attenzione da questa Sede Apostolica, e da noi personalmente, sia seguita l’azione che Ella e il Suo Governo svolgono in questo campo, e con quale sincerità noi auspichiamo il dovuto successo ad ogni Sua iniziativa che abbia per oggetto la difesa e il ristabilimento della pace, o la promozione di migliori e più fruttuosi rapporti fra le Nazioni di tutti i Continenti.

Ed a Vostra Eccellenza siamo grati dell’apprezzamento che Ella, a sua volta, vuole dimostrare per gli sforzi che, a favore della pace e della fraterna cooperazione fra tutti i popoli, noi non cessiamo di compiere, nella consapevolezza di un dovere impostoci dal nostro stesso apostolico ministero, che è ministero di amore verso tutti gli uomini e tutte le genti: di tutti rispettosi, a tutti debitori d’un servizio di carità e di parola, che non consideriamo Nostro, ma di Colui dal Quale deriviamo il Nostro mandato e che Noi rappresentiamo sulla terra.

Non ci è discaro riconoscere che proprio su questo piano, sotto tanti aspetti comune, e rivolto alla pace e alla collaborazione internazionale, ha potuto operarsi già da alcuni anni, fra lo Stato Jugoslavo e la Santa Sede, un riavvicinamento che l’esperienza ha dimostrato benefico e promettente di ancor più positivi risultati.

Noi doverosamente solleciti del bene e dei legittimi interessi della Chiesa, siamo altresì profondamente convinti che una leale armonia fra la Chiesa e lo Stato, basata sul solido fondamento del sincero rispetto della reciproca indipendenza e dei diritti dell’una e dell’altro, è giovevole, sì, alla Chiesa, ma in pari tempo, e non meno, anche alla società civile. E ciò, non soltanto perché la pace religiosa è già di per sé un apporto prezioso alla serenità della vita nazionale, ma anche per il contributo di valori spirituali e morali che la religione è, così, maggiormente in grado di dare alla formazione umana dei cittadini, e in particolare della gioventù.

Non senza interesse abbiamo visti affermati, nei fondamenti della vostra Carta Costituzionale, principi come quelli dell’«umanizzazione dell’ambiente sociale», del «rafforzamento della solidarietà e della collaborazione fra gli uomini», del «rispetto della dignità umana» e dello «sviluppo generale dell’uomo come persona libera». Noi pensiamo a quale aiuto, di dottrina e di azione pratica, la Chiesa può offrire alla genuina affermazione di questi e di simili elevati principi, posti a base della convivenza sociale, nelle singole Nazioni e tra i popoli di tutto il mondo.

Per se stessa, la Chiesa non chiede se non la legittima libertà di svolgere il proprio ministero spirituale e di offrire il proprio leale servizio all’uomo - individuo e comunità - al di fuori di ogni altro proprio interesse, estraneo alla sua missione religiosa e morale.

La consapevolezza simultanea della natura e dei limiti di questa sua missione, riaffermata solennemente dalla Chiesa Cattolica in tempi recenti, assicura da ogni fondato timore di sconfinamenti o di interferenze indebite, da parte della Chiesa stessa, nel campo della sovrana e legittima competenza dello Stato. Come avemmo infatti occasione di dire ai rappresentanti degli Stati in rapporto con la Sede Apostolica, l’azione della Chiesa si svolge «su un piano differente e più profondo: quello delle esigenze morali fondamentali sulle quali riposa tutto l’edificio della vita associata»; e «il suo desiderio di collaborazione con i poteri di questo mondo è privo di secondi fini temporali» (Allocuzione al Corpo Diplomatico, 8-l-1966, AAS 58, 1960, pp. 141 ss.). Questo atteggiamento della Chiesa Cattolica ci sembra avere la comprensione di Vostra Eccellenza e degli uomini responsabili del Paese che Ella guida, signor Presidente. Tale comprensione, insieme con gli impegni chiaramente confermati nel 1966 dallo Stato Jugoslavo e dalla Chiesa Cattolica, è alla base dei nuovi reciproci rapporti, ultimamente perfezionati con il ristabilimento delle relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e la Jugoslavia, dai quali rapporti vogliamo auspicare ancora più ampie possibilità di buone intese fra la Chiesa Cattolica e la Santa Sede da una parte, e le Autorità civili jugoslave dall’altra.

Questi rapporti gioveranno anche alla continuata collaborazione nell’esame dei problemi - tanto gravi e preoccupanti - dei quali Vostra Eccellenza ha fatto menzione, e nella ricerca di adeguate soluzioni, mediante lo sforzo congiunto degli uomini di buona volontà.

Sotto il segno della aspirazione alla reciproca intesa, alla pace vera ed onesta e ad una generosa comprensione e cooperazione internazionale, ci è gradito esprimerle, Signor Presidente, i Nostri voti, che volentieri estendiamo a quanti l’accompagnano e a tutti i popoli della Jugoslavia, sui quali invochiamo di cuore la protezione dell’Altissimo.  


fonte interventi archivio Vaticano 

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