Cent'anni dalla prima vittima dello squadrismo fascista a Ronchi, Erminio Rusig

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  Il 15 ottobre del 1926 saranno cent'anni della prima vittima del fascismo squadrista a Ronchi. Erminio Rusig un giovane ronchese poco più che ventenne. La sua storia è stata ricordata nel tempo dalla staffetta partigiana Elda Soranzio e dal partigiano e senatore Silvano Bacicchi e da Giacomo Mininel.  Siamo a Ronchi , è il 24 aprile del 1925. È sabato sera.  Erminio Rusig è lì con i suoi quattro compagni, vanno fino a San Pier, si divertono, e poi tornano a casa che è passata la mezzanotte. Si salutano al bivio della Pesa, ognuno per la sua strada. Erminio viene intercettato da una squadraccia . Lo fermano con le pistole e i manganelli. Lui prova a scappare, ma quelli sono in tanti, lo raggiungono e iniziano a picchiare duro. Lo atterrano a colpi di manganello e poi, quando è già a terra privo di sensi — che è una cosa di una vigliaccheria pazzesca — continuano a prenderlo a calci. E per finire, gli sparano pure: un colpo al basso ventre. Dopodiché, succede una cosa che...

La doppia cittadinanza in Sudtirol? E' giusta, come accaduto per gli italiani in Slovenia e Croazia



Nei luoghi di confine i sentimenti identitari e di appartenenza non sono omogenei. E' più facile sentirsi altro che italiani, nonostante i processi lunghi ed anche violenti che hanno caratterizzato l'italianizzazione a partire sin dall'avvento del Regno d'Italia subito dopo la caduta dell'Impero Austro-Ungarico. Chi si sente italiano in prevalenza è chi non è autoctono, chi proviene da altre zone d'Italia o chi è animato da sentimenti nazionalistici o patriottici per l'Italia, che non devono per forza di cose fare rima e muoversi sulla stessa strada. L'Italia non ha nessuna colpa, ma tante violenze ed ingiustizie sono state compiute in suo nome, in suo conto, ed è se non odiata mal tollerata sicuramente. Ha creato indignazione la proposta di concedere la doppia cittadinanza, italiana ed austriaca ai cittadini della complessa zona del  Südtirol.  Da parte italiana ed europea si è gridato allo scandalo, al ritorno del nazionalismi. Ma è più nazionalista non riconoscere i diritti e l'identità di chi vive in quella zona acquisita dall'Italia, dove non si sono mai sentiti italiani e dove la lingua prevalentemente parlata non è l'italiano, trincerandosi dietro slogan che rischiano di favorire tensioni o è più nazionalista riconoscere anche la cittadinanza austriaca a chi è italiano non per scelta?  E non è una questione di destra o sinistra, anche se la proposta arriva da un governo assolutamente destro. Ma stiamo attenti a non banalizzare. Giustamente è stato fatto l'esempio di quanto accaduto con gli italiani autoctoni in Slovenia e Croazia.  Agli inizi degli anni ’90 vennero raccolte tra gli italiani poco più di 4 mila firme per una petizione al Governo italiano con cui si richiedeva il riacquisto della cittadinanza italiana persa a seguito della cessione dell’Istria, di Fiume, del Quarnero e di Zara a quella che era stata la Jugoslavia.  Ci furono due provvedimenti legislativi, quello del 1992  con cui si consentiva agli appartenenti alla CNI il riacquisto della cittadinanza italiana e soprattutto con la legge 8 marzo 2006, N° 124 si completò il quadro e l'effetto è stato quello di favorire l'iscrizione all'AIRE delle circoscrizioni  considerate poco più di 25 mila di cittadini. L'Italia ora si comporterà come si comportarono inizialmente Slovenia e Croazia? Contro le quali si disse di tutto e di più? Due pesi e due misure? I diritti o sono uguali per tutti o non lo sono, e qui non è una questione banale e semplicistica di nazionalismi, e neanche di sterile battaglia tra fazioni politiche avverse se non opposte. E' un grave errore lasciare solo nella mano di certe e date realtà questioni così delicate che dovrebbero invece essere affrontare e gestite in modo più universale e con maggiore intelligenza. Non è la richiesta della cittadinanza austriaca dei cittadini del Sudtirol a minare l'Europa, l'Europa si è minata da sola e le identità se vengono riconosciute soprattutto nei luoghi di confine e tutelate possono ben divenire un valore aggiunto per contrastare quella omologazione che ci vorrebbe tutti numeri uguali senza anima e storia per essere nessuno in un mondo dove non si vive mica per l'eternità.

Marco Barone 







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