Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

La doppia cittadinanza in Sudtirol? E' giusta, come accaduto per gli italiani in Slovenia e Croazia



Nei luoghi di confine i sentimenti identitari e di appartenenza non sono omogenei. E' più facile sentirsi altro che italiani, nonostante i processi lunghi ed anche violenti che hanno caratterizzato l'italianizzazione a partire sin dall'avvento del Regno d'Italia subito dopo la caduta dell'Impero Austro-Ungarico. Chi si sente italiano in prevalenza è chi non è autoctono, chi proviene da altre zone d'Italia o chi è animato da sentimenti nazionalistici o patriottici per l'Italia, che non devono per forza di cose fare rima e muoversi sulla stessa strada. L'Italia non ha nessuna colpa, ma tante violenze ed ingiustizie sono state compiute in suo nome, in suo conto, ed è se non odiata mal tollerata sicuramente. Ha creato indignazione la proposta di concedere la doppia cittadinanza, italiana ed austriaca ai cittadini della complessa zona del  Südtirol.  Da parte italiana ed europea si è gridato allo scandalo, al ritorno del nazionalismi. Ma è più nazionalista non riconoscere i diritti e l'identità di chi vive in quella zona acquisita dall'Italia, dove non si sono mai sentiti italiani e dove la lingua prevalentemente parlata non è l'italiano, trincerandosi dietro slogan che rischiano di favorire tensioni o è più nazionalista riconoscere anche la cittadinanza austriaca a chi è italiano non per scelta?  E non è una questione di destra o sinistra, anche se la proposta arriva da un governo assolutamente destro. Ma stiamo attenti a non banalizzare. Giustamente è stato fatto l'esempio di quanto accaduto con gli italiani autoctoni in Slovenia e Croazia.  Agli inizi degli anni ’90 vennero raccolte tra gli italiani poco più di 4 mila firme per una petizione al Governo italiano con cui si richiedeva il riacquisto della cittadinanza italiana persa a seguito della cessione dell’Istria, di Fiume, del Quarnero e di Zara a quella che era stata la Jugoslavia.  Ci furono due provvedimenti legislativi, quello del 1992  con cui si consentiva agli appartenenti alla CNI il riacquisto della cittadinanza italiana e soprattutto con la legge 8 marzo 2006, N° 124 si completò il quadro e l'effetto è stato quello di favorire l'iscrizione all'AIRE delle circoscrizioni  considerate poco più di 25 mila di cittadini. L'Italia ora si comporterà come si comportarono inizialmente Slovenia e Croazia? Contro le quali si disse di tutto e di più? Due pesi e due misure? I diritti o sono uguali per tutti o non lo sono, e qui non è una questione banale e semplicistica di nazionalismi, e neanche di sterile battaglia tra fazioni politiche avverse se non opposte. E' un grave errore lasciare solo nella mano di certe e date realtà questioni così delicate che dovrebbero invece essere affrontare e gestite in modo più universale e con maggiore intelligenza. Non è la richiesta della cittadinanza austriaca dei cittadini del Sudtirol a minare l'Europa, l'Europa si è minata da sola e le identità se vengono riconosciute soprattutto nei luoghi di confine e tutelate possono ben divenire un valore aggiunto per contrastare quella omologazione che ci vorrebbe tutti numeri uguali senza anima e storia per essere nessuno in un mondo dove non si vive mica per l'eternità.

Marco Barone 







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