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Il caso di Benatia,Muntari,Mihajlović: ennesima conferma del nostro calcio razzista




"No to racism, respect" è lo slogan scelto da tempo dalla UEFA per lanciare una campagna contro il razzismo. Ma in Italia è solo uno slogan. Tre casi nel giro di pochi giorni, ben evidenziano come il razzismo sia di casa nel calcio italiano e come il calcio italiano sia la vetrina, scassata, della nostra società.
Dal caso Muntari, lasciato solo dalla propria squadra, nonostante il suo forte gesto di risposta agli insulti di non quattro cretini o imbecilli, come vengono con banalità liquidati i razzisti, ma di razzisti. In una Italia  dove si fatica a chiamare le cose con il loro giusto nome. Il caso di Benatia che durante un collegamento televisivo viene insultato in modo razzista, e la reazione della Rai, sul momento, a dir poco imbarazzante. E quello di Mihajlović, anche lui insultato per le sue origini. Non sono i primi e non saranno gli ultimi episodi di razzismo nel nostro calcio. Ogni volta ci si chiede che fare? Come reagire? Sanzioni pesanti certamente, processi rieducativi sicuramente, ma non bastano. Il problema è che si tendono a sminuire le cose, se ne parla solo per qualche giorno. Il calcio dopato dai milioni di euro, da logiche di mercato incomprensibili ed altamente speculative, ha messo al primo posto il business, il profitto, all'integrazione, alla cultura sportiva, alla demolizione di ogni processo razzista e fascista, allo sport.  Ci sono ancora curve dove si sfoggiano come se niente fosse braccia tese, saluti fascisti e cori fascisti e razzisti. Subiscono una sanzione per qualche turno, e poi come prima. Chi si rende protagonista di episodi razzisti all'interno di uno stadio, andrebbe bandito da questo a vita, ma la sola via repressiva non è sufficiente e non siamo mica come l'Inghilterra, noi. In Italia il razzismo è sempre stato di casa, viene nascosto e proprio quando non si può fare a meno di celarlo, viene sminuito o condannato per un tempo così minimale ed inconsistente da trasformare in altrettanto banalità ed inutilità ogni tipo di risposta "istituzionale". 
Serve un profondo lavoro culturale, non vi è altra alternativa, ma altrettanto fermezza e rigore nella repressione di questi comportamenti e soprattutto solidarietà, quella che spesso latita in questi casi. Gli slogan servono solo a lavarsi le mani.

Marco Barone 

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