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Se la famiglia di Nicholas Green ringrazia l'Italia


Il caso di Nicholas Green è rimasto impresso nella memoria collettiva più di altri. Non si può dimenticare quel tremendo 1994, l'agguato subito nei pressi di Vibo Valentia,  dovuto ad uno scambio di autovetture, accaduto sull'autostrada Salerno-Reggio, che porterà alla morte il piccolo Nicholas, così come il gesto che ne è conseguito è stato di una straordinaria importanza, la famiglia decise di donare gli organi a giovani italiani in attesa di trapianto. A Vibo esiste un viale, il viale della speranza, che porta sia il nome di  Nicholas Green  che di Salvatore Riga.  Nel novembre del 1994, lavoratore delle ferrovie, di soli 23 anni, nel tentativo di salvare la vita ad una persona che stava per essere travolta da un treno merci, verrà investito proprio dal treno merci nella stazione di Vibo-Pizzo. 
Due storie di vita e di morte e di continuità sotto il segno della speranza. Esiste anche una fondazione che porta il  nome di Nicholas Green, ma quello che colpisce è una lettera, scritta in questo inizio primavera 2017, da parte del padre di Nicholas che mi è giunta via mail e di cui riporto alcuni passi che ritengo significativi:

 
L’Italia ha trasformato il suo dolore nel beneficio più pratico possibile. Immediatamente dopo l’uccisione di Nicholas, i tassi della donazione degli organi sono schizzati verso l’alto e sono cresciuti costantemente per 10 anni, fino a che oggi sono il triplo di quanto non fossero inizialmente, un tasso di crescita a cui nessun’altra nazione è andato vicino. Centinaia di persone, inclusi molti bambini, che sarebbero morte, sono invece vive. Un incremento di tale portata deve avere delle cause che hanno contribuito, ma nessuno dubita che la ragione primaria sia stata la storia di un bambino e la reazione generosa dell’Italia ad essa.
 
(...) Viaggiando in una strada dell’Italia del Sud l’anno scorso, incontrammo improvvisamente un blocco stradale creato da scioperanti di una fabbrica locale. La fila del traffico era lunga e aumentava. Uomini robusti erano a portata di mano per chetare chiunque implorasse di farlo passare. Il mio autista continuò a guidare lentamente ma imperterrito. “Tornate indietro”, ci ordinò il capo della protesta. “Accompagno il padre del bambino Americano che fu ucciso”, replicò l’autista. “Sta andando a tenere un discorso sulla donazione degli organi”. Una faccia sospettosa fece capolino nella macchina e poi eruppe in un sorriso. “Facciamoli passare”, disse ai suoi compagni, e così riprendemmo la nostra marcia.

(...) Ogni segmento della popolazione continua a mostrarci la sua compassione: giovani, anziani, ricchi, poveri, ogni categoria politica diversa, persone di ogni religione o non credenti, alcuni degli uomini più in vista – Maggie ed io abbiamo incontrato due Presidenti del Consiglio ed un Presidente della Repubblica Italiana, e tutti ci hanno trattato come vecchi amici di famiglia e non leader di una nazione – e alcune delle donne più belle. Ad una cena alla Casa Bianca per un Presidente del Consiglio in visita, alcuni anni fa, dove ero stato invitato come ospite, parlai con Sophia Loren, anche lei ospite, che mi disse “Noi Italiani ci sentiamo molto vicini alla vostra famiglia”.
 
(...) Avendo perso tutto ciò, a quasi ogni tappa ci viene chiesto, “Non odiate l’Italia?”. Spero che la risposta sia chiara. Maggie ed io non abbiamo mai pensato che l’Italia avesse premuto il grilletto. Furono due criminali ad uccidere Nicholas: sarebbe potuto succedere ovunque. Ma quello che invece non sarebbe potuto accadere ovunque fu la reazione. Credo che nessun’altra nazione al mondo avrebbe mostrato un coinvolgimento di tale grado. Fu quella inondazione di calore umano che ci aiutò a trasformare uno sconsiderato atto di brutalità in una lezione universale in cui la vita trionfa sulla morte, e la speranza sulla disperazione.
Cos’altro c’è da dire, se non “Grazie, Italia”.

Marco Barone 

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