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Riforma enti locali FVG, se per mantenere l'autonomia dei piccoli comuni serve la carta di credito

Nell'assemblea costituente emerse con forza un principio, la salvaguarda dell'autonomia del Comune. Certo, è vero che nel corso del tempo sono pervenute riforme disastrose, che da un lato hanno incrementato i poteri dei Sindaci a discapito di quelli del Consiglio di Comunale, ma la riforma del dicembre 2014 n° 26, de facto muta il ruolo dei Sindaci in Podestà del terzo millennio. Interessante notare come la legge 237 del 1926, rientrante nel così detto novero delle leggi fascistissime, prevedeva che la Consulta municipale doveva mantenere  attribuzioni meramente consultive, essa conferiva un parere su tutte le materie che il Podestà credeva di sottoporle. Il parere della Consulta municipale era obbligatorio in merito alle deliberazioni del Podestà concernenti l'approvazione del bilancio, gli impegni attivi e passivi vincolanti il bilancio per oltre cinque anni, la contrattazione dei prestiti, l'imposizione dei tributi, l'alienazione di beni patrimoniali, l'assunzione diretta di pubblici servizi. Nei casi in cui il parere della Consulta municipale fosse stato contrastante o contrario alle proposte del Podestà, questi doveva farne constare nel verbale delle relative deliberazioni e poi sarebbe stato il Prefetto a decidere la risoluzione della questione. 
Ed il Consiglio Comunale di cosa mai potrà occuparsi con questa disastrosa riforma dell'anno 2014? Di pareri non vincolanti, e se  in sostanza non verranno recepiti sarà necessaria una motivazione. Da un lato, dunque si apriranno certamente diversi contenziosi, dall'altro, se la massima garanzia di democrazia che viene conferita è quella di una motivazione ad un atto amministrativo, rimettendo il tutto a tecnicismi e vie giudiziarie, siam messi proprio male. 
E comunque anche nei Comuni, come oggi operanti, le delibere possono essere impugnate. Ed al massimo, se il problema era anche la mancata motivazione, non si poteva intervenire, nelle dovute sedi, affinché i Comuni fossero obbligati a motivare i loro atti amministrativi? Senza prevedere un corpus devastante senza alcuna più anima laica?  
Insomma, il ruolo, come voluto, dei Consigli comunali pare molto ricordare quello sussistente ai tempi del Podestà, cioè inutile e privo di potere e di reale rappresentanza, specialmente per quanto riguarda quello importante dell'opposizione.
Ora, certamente le cose oggi non funzionano bene, è vero, a partire dalle riforme in materia di Enti Locali pregresse, a partire dai tagli come imposti dall'alto, patto di stabilità incluso, ma il tutto si pone in perfetta continuità, una continuità che ha lo scopo di favorire l'accentramento, la concentrazione del potere nelle mani di pochi, e l'annientamento di ogni processo di dissenso ed opposizione e non può essere certamente la tecnocrazia la garanzia della democrazia. Legge che difetta dal punto di vista democratico sin dalla sua origine. Perché, ad esempio,  non sono stati interessati tutti i Consigli Comunali regionali in un dibattito su ciò? 
Il fatto che sul sito internet della Regione fosse a disposizione il testo o che lì vi fosse la possibilità di fare osservazioni, certamente non è metodo che soddisfa i requisiti minimi di partecipazione e democrazia, tenendo conto anche della complessità anagrafica della nostra regione e del fatto che non tutti hanno gli strumenti per comprendere un testo legislativo che ancora oggi è, su alcuni diversi aspetti, non omogeneo nella sua interpretazione. 
Mi è capitato, purtroppo, di dover sentire, in un dibattito a Gorizia, ove si presentava la citata Legge, da parte di un relatore che difendeva il suo spirito di riforma, che se i piccoli Comuni vogliono mantenersi l'autonomia, (che poi sarebbe principio costituzionale) questi devono dotarsi di carta di credito. Una battuta, un ragionamento, che si armonizza con chi dice che i piccoli Comuni non funzionano, con chi denigra l'operato dei dipendenti dei piccoli Comuni, con chi, con arroganza, pretende, a colpi di norme e burocrazia, di devastare la nostra storia fatta prevalentemente da piccoli Comuni. Chi ha deciso che i piccoli Comuni, che poi sono la maggioranza in Friuli Venezia Giulia, non possono più continuare ad esistere? Chi ha deciso che di punto in bianco tutto quello che fino ad oggi abbiamo conosciuto e vissuto, in relazione all'esistenza ed operato dei piccoli Comuni, deve essere cestinato? 
Come se tutto fosse immondizia? Certo, è facile oggi dire che i piccoli Comuni non sono efficienti. E' facile, perché a ciò si è voluti arrivare con atti e provvedimenti normativi ad hoc, senza dimenticare i tagli pesantissimi. Insomma, il tutto ha una sua logica, il tutto ha una sua continuità che risale a diversi anni addietro, logica che vuole il grande come bello e funzionante, ed il piccolo come brutto ed inutile. Logica che vuole la sacralità dell'omologazione. D'altronde, vi sarà un motivo se questa legge è vista con occhi positivi specialmente da chi vive nei grandi Comuni (che poi sono pochi) del FVG, o da chi avrà un ruolo di capofila all'interno di quella fantomatica Unione dei Comuni? Chi si batte per difendere l'esistenza dei piccoli Comuni, non può e non deve essere accusato di piangere lacrime di coccodrillo. Chi si batte per difendere l'esistenza e l'autonomia dei nostri piccoli Comuni, che in FVG sono la maggioranza, difende il principio di democrazia piena, di autonomia, e la nostra storia e specificità che va rivendicata e mantenuta in un tempo ove la globalizzazione vuole solo processi di omologazione e tutto ciò che è piccolo e diverso deve essere semplicemente spazzato via. Certo, ribadisco che sono consapevole che le cose oggi non funzionano bene, ciò ha delle origini ben chiare che in modo succinto ho esplicato, ma non per questo si deve, e si può legittimare una legge, quale quella che ora si commenta per l'ennesima volta.  Anzi, sarebbe il caso di invertire proprio la tendenza, ovvero battersi affinché i Comuni possano esercitare pienamente e senza condizionamento alcuno, nel rispetto di quello spirito originario voluto dai padri costituenti, la loro autonomia, affinché i Consigli Comunali possano ritrovare quel ruolo e quella funzione piena di cui necessitano, affinché la democrazia non possa essere una cosa elitaria. 



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