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Le proposte sulla “buona scuola” dell'Indire ed il progetto Avanguardie educative

L'Indire, le cui origini risalgono al 1925, è una delle tre I determinanti per il nuovo Servizio Nazionale di Valutazione, le altre I, come è noto, sono l'Invalsi e gli Ispettori. Il 15 novembre, ultimo giorno ufficiale di partecipazione pubblica al questionario relativo alla proposta politica della Buona Scuola, prorogato poi fino al 16 novembre, a firma del Presidente dell'Indire, è stato pubblicato un contributo, sul loro sito, che offre alcuni spunti di riflessione. Il primo punto che si affronta è quello relativo alla formazione in servizio dei docenti. A quanto pare tutti concordano sul fatto che sia necessaria una formazione obbligatoria in servizio degli insegnanti, il punto è capire il come. 
Per l'Indire la formazione obbligatoria deve necessariamente agganciarsi ad una strategia nazionale e “la formazione deve essere finalizzata al cambiamento dei comportamenti professionali e deve quindi essere fatta on the job”. Dunque l'Indire dice no alle “conferenze che non incidono sul lavoro degli insegnanti e non ne cambiano i comportamenti professionali. Occorre impostare attività che abbiano un forte legame con la didattica e proporre materiali e metodologie da provare in classe in modo da modificare la pratica educativa. Questo tipo di formazione in servizio deve essere promossa a livello nazionale e non essere frammentata e lasciata all'iniziativa delle scuole, sia perché la scelta delle iniziative e dei temi sarebbe inevitabilmente legata a fattori locali e soggettivi, sia perché la qualità degli interventi rischierebbe di degradare nelle scuole decentrate”.

Dunque emerge un chiaro no all'auto-formazione, un no alla formazione autonoma gestita ed organizzata dalle scuole, un no ad una formazione fatta da professionisti della formazione che ripetono le stesse lezioni da una scuola all'altra. Propongono dunque “la possibilità di accedere a interventi di qualità progettati dalle migliori università non solo italiane e dagli esperti dei diversi settori disciplinari. Questo non può che avvenire attraverso ambienti diblended e-learning”. Ma anche interventi misti, online e in presenza, che attivino comportamenti professionali innovativi. “Inoltre è necessario formare tutor e mentor che possano aiutare gli insegnanti in presenza nei percorsi progettati online e nell’utilizzo dei materiali, dei contenuti, delle metodologie”.Suggeriscono la costituzione di albi di tutor e mentor selezionati e continuamente formati che le scuole potranno utilizzare per percorsi di formazione blended sulle diverse discipline e attività (ad es. il coding); progettazione di percorsi di formazione che si servono di tutte le migliori competenze disciplinari italiane e internazionali utilizzando sia la rete di European Schoolnet, sia i risultati dei tanti progetti europei nei quali l’istituto è impegnato (Scientix, Creative Classrooms Lab, Desire, InGenious, iTec, SENnet, Learning Resources Exchange). 

Dunque una formazione anche “gerarchizzata” all'interno della scuola con le conseguenze prevedibili del caso. Il secondo intervento dell'Indire riguarda l'innovazione digitale. Dopo aver evidenziato, giustamente, che la scuola non si trasformerà “grazie a una LIM, a un tablet o a un e-book”, cosa che invece, con retorica è stata più volte sostenuta da diverse soggettività anche istituzionali, sottolineano che la la scuola potrà cambiare “radicalmente se sarà in grado di utilizzare le opportunità che i linguaggi digitali, le ICT mettono oggi a disposizione”. “ Per portare a sistema l’innovazione digitale, il contributo di Indire si è concretizzato con le "Avanguardie Educative", un movimento culturale che parte proprio da quanto le scuole stanno facendo e che è aperto alla partecipazione di tutti gli istituti italiani. Il manifesto delle idee è stato firmato da 22 scuole a Genova il 6 novembre 2014, e dopo pochi giorni il numero delle scuole è già raddoppiato. Rappresenta un contributo concreto a "La Buona Scuola". Inoltre, con gli stessi obiettivi, è stata costituita, all’interno di questo movimento, la rete "Piccole scuole crescono" che mette insieme tutte le scuole con pluriclassi e più in generale le scuole di montagna e delle piccole isole che grazie alle ICT possono allargare l’ambiente sociale di apprendimento, abbattere le distanze e superare l’isolamento. In alcuni casi estremi devono la loro stessa possibilità di esistere alle ICT (Centri Scolastici Digitali – CPE) . Sono state poi avviate ricerche e sperimentazioni sull’uso delle stampanti 3d nelle scuole dell’infanzia e primarie, dei mondi virtuali e del gameeducativo, dei maker e dei fablab per portare alcuni modelli di innovazione nella scuola”.  
A tal proposito è il caso di evidenziare alcune idee come proposte nel progetto Avanguardie educative. Si dedica attenzione alla questione delle competenze, che come è noto è il vero cuore pulsante della formazione della scuola del futuro, o meglio di quella voluta dal sistema. Si legge, per esempio che: “Durante l’ultimo Consiglio di Classe della 1A, un gruppo di docenti ha evidenziato come uno dei maggiori ostacoli all’adozione di un didattica per competenze sia l’estrema frammentazione delle materie. Sarebbe utile poter disporre di più ore consecutive per ogni materia; si decide perciò di sottoporre questa esigenza al Dirigente che accoglie l’istanza e propone di avviare un anno di sperimentazione «compattando», per il momento, solo le ore di fisica e chimica all’interno di un singolo quadrimestre. I docenti coinvolti si rendono conto fin da subito che è necessario, per gli studenti che nel 1° quadrimestre ‘frequentano’ la materia compressa, prevedere la disponibilità di “spazi temporali” nel 2° quadrimestre per eventuali recuperi o approfondimenti”. 

Oppure la proposta “Bocciato con credito”. Si legge che: "Nel corso dell’ultimo Consiglio di Istituto sono emerse con forza le problematiche del drop out degli studenti che, poco dopo l’avvio del 2° quadrimestre, sono spesso già consapevoli di correre il rischio di perdere l’anno. In genere, i ragazzi che si trovano in questa situazione tendono a “disperdersi”, fanno molte assenze, sono demotivati e distraggono i compagni. La domanda che viene posta, considerata l’alta incidenza di questo fenomeno che affligge la scuola, è: «Come fare per tenere agganciati questi studenti?». Viene quindi votata una proposta formulata da alcuni docenti della 2B, classe particolarmente soggetta a queste problematiche. L’idea è quella di mappare l’intero curricolo in «unità formative capitalizzabili » in maniera da riconoscere quanto è stato acquisito dal ragazzo e quanto deve essere oggetto di approfondimento. Secondo questa logica, ad esempio, si può ipotizzare la formalizzazione di un patto con uno studente (e la famiglia) che all’inizio del 2° quadrimestre sa già che verrà respinto, chiedendogli di impegnarsi a portare a termine una/due materie che gli verranno riconosciute nell’anno a venire, quando dovrà ripetere l’anno. Il Consiglio di Istituto approva la proposta in via sperimentale e decide, per il primo anno, di testarla solo su alcune classi con la prospettiva di estenderla in un secondo momento a tutte le altre”.

Competenze, unità formative capitalizzabili, agganciamento, concetti fuorvianti per la storia della nostra scuola pubblica, eppure emergono con forza.  
Altra proposta, per la buona scuola, riguarda il rapporto scuola lavoro. Si legge che: “la scuola è sostanzialmente ferma, il mercato del lavoro ha subito una rapida evoluzione. Le esperienze in corso per creare un sistema di alternanza anche attraverso un apprendistato precoce richiedono che avvenga una trasformazione anche nelle attività del mattino, quelle della scuola "di tutti i giorni". Anche su questo punto, c’è il contributo di Indire: lo sviluppo della banca dati sugli Istituti Tecnici Superiori e quella sull’Alternanza scuola lavoro che hanno prodotto rapporti di ricerca che hanno evidenziato gli aspetti di debolezza e di forza e proposto precise linee di sviluppo delle attività. Inoltre, l’Istituto sta collaborando con la Regione Toscana per la diffusione di una didattica laboratoriale diffusa anche alle materie di base nei Poli Tecnico Professionali della Regione. Un’esperienza che potrà essere estesa anche alle altre Regioni italiane”.  Si conclude, infine, dedicando, ovviamente, spazio, al sistema nazionale di valutazione. Per l'Indire il SNV deve fungere da sistema diagnostico per migliorare il sistema e gli ispettori non deve avere compiti ispettivi ma diagnostici. Ed allora, verrebbe da chiedersi, perchè chiamarli ispettori? Avrebbero forse dovuto chiamarli medici per la scuola? Scrivono: “ Per questo la valutazione esterna deve poter essere estesa prima possibile a tutte le scuole che ciclicamente vengono valutate per avere appunto una "diagnosi", un punto di vista esterno che possa fornire quegli elementi necessari a progettare un percorso di miglioramento . Indire è una delle componenti del sistema. Poiché tutto il sistema è finalizzato a favorire e innescare il miglioramento dell’azione educativa della scuola, l'Istituto ha un ruolo centrale perché supporta le scuole nel processo di miglioramento. Ha seguito le sperimentazioni Valorizza, VSQ e Vales. Sulla base di queste esperienze costituirà un Albo di esperti che potranno aiutare le scuole nella pianificazione dei processi di miglioramento”. 

Insomma pare di confrontarsi con una scuola malata, all'interno di un sistema reputato come sano, che necessita di interventi mirati, con una diagnosi funzionale al sistema capitale e lavoro e con una prognosi finalizzata a sostenere competenze e non conoscenze, competizione e non educazione ed istruzione. Ma chi ha deciso che la nostra scuola non è buona ed è malata? Chi ha deciso che il miglioramento, come proposto, sia realmente tale? Specialmente all'interno di un sistema economico e sociale che come è ben noto pare tutt'altro che essere sano? "Là squola publica fà scifo" questo sarà il prodotto della scuola azienda e delle competenze.


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