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Lavoro: si rischiano sino a otto anni di precarietà continuativa



Mi chiedo a cosa serve ancora oggi riportare la seguente formula, come indicata nel decreto Legislativo 6 settembre 2001, n. 368:  “ Il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro? Frase, che sarebbe anche un principio di diritto, che ha modificato quella pregressa “il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato”. Dunque da regola a formula comune e da formula comune a indeterminatezza nel suo essere determinato, come determinata è la precarietà. La nuova riforma sul tempo determinato deve essere necessariamente letta in correlazione con il contratto di apprendistato. Contratto che nei peggiori di casi potrà arrivare sino a cinque anni, come il caso dei profili professionali caratterizzanti la figura dell’artigiano individuati dalla contrattazione collettiva di riferimento, e comunque, arriva di norma nelle più comuni forme di apprendistato sino a tre anni. Certo, sull'apprendistato vi sarebbe molto da dire. 
Quante volte è capitato di leggere cartelli con scritto “ cercasi apprendista con esperienza”?
Finito l'apprendistato che può partire dai quindici anni ed è possibile, nelle sue diverse articolazioni, sino ai ventinove anni, nulla osta che il tuo datore di lavoro possa assumerti a tempo determinato per ulteriori tre anni e senza causale. Infatti, ora è consentita l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nell'ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell'articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 ed il numero complessivo di rapporti di lavoro costituiti da ciascun datore di lavoro a tempo determinato non può eccedere il limite del 20 per cento dell'organico complessivo.  Insomma nei casi più estremi ben si potrebbe arrivare ad otto anni di precariato continuativo, ma a parer mio saranno molto più diffusi quelli di sei anni, tre anni tipici di apprendistato e tre anni a tempo determinato.
I lavoratori come reagiranno?
Certamente nella crisi economica attuale figlia delle note speculazioni finanziarie e bancarie e non figlia della crisi del capitalismo, preferiranno un rapporto di lavoro continuativo di diversi anni piuttosto che uno a spezzatino, perché non hai mica scelta, stesso discorso ovviamente vale per le aziende le quali per ben sei anni potranno avere a disposizione lo stesso lavoratore, senza dover provvedere a formare ogni volta ex novo lavoratori e potranno spremerlo sino all'estremo con la promessa che alla fine del lungo rapporto di lavoro precario potrà ottenere la sospirata assunzione. Potrà, potrà e potrà, ma cosa potrà realmente il lavoratore?
Tra produttività, competizione, insomma un bel regalo alle aziende che per diversi anni vivranno sonni tranquilli, mentre per i lavoratori l'incubo della scadenza del termine verrà solamente spostato di qualche anno. Tutto, in questo melodramma del sistema, qua.  Alla fine del rapporto di lavoro precario, il lavoratore avrà sempre la possibilità di adire le vie della giustizia per chiedere la conversione del contratto di lavoro continuativo in tempo indeterminato, ma le strade saranno molte più complesse ed articolate, tenendo conto che venendo meno la causale, enorme conquista per il sistema produttivo,  che era l'elemento giuridico che garantiva un minimo di vigilanza verso l'abuso di questo strumento contrattuale, il lavoratore sarà meno tutelato ed ovviamente da qui ai prossimi anni certamente anche l'aspetto processuale si adeguerà a questa situazione e non è detto, visto i pregressi, che l'adeguamento sia a tutela dei lavoratori. Basta pensare che oggi sono chiamati a pagare i contributi unificati, pagano le spese legali in caso di soccombenza, insomma l'accesso alla giustizia è più difficile ed il lavoratore parte contrattuale debole oggi è parte debolissima e neanche più contrattuale. 
Hanno ottenuto quello che volevano. Stabilizzato la precarietà, nel senso che è la comune forma di rapporto di lavoro, ridotto i diritti, incrementato i doveri, giocheranno con le illusioni e le speranze dei lavoratori i quali solamente alla fine di questo lungo ciclo, quando riceveranno una pedata nel sedere, perché il tempo limite sarà scaduto, capiranno la fregatura sostanziale delle cose.
Certo, mai fare con tutto il fieno lo stesso covone, però le premesse per una nuova e lunga stagione di precarietà ci sono tutte, ed il dramma è che i lavoratori accetteranno ciò per il semplice fatto che è meglio una precarietà a lungo termine piuttosto che una a breve termine.Oramai si ragiona al momento breve, la prospettiva di lunga durata non vi è e quello che sarà tra tre o sei anni, beh, è fortemente condizionato dalla tipica mentalità italiana, chi vivrà vedrà. Peccato che saranno le omissioni o le azioni del presente a determinare quel futuro che non stiamo edificando e neanche pensando come semplice idea. Per esempio, la nuova generazione non viene neanche sfiorata dalla preoccupazione del diritto  alla pensione.
Insomma è anche responsabilità nostra se il contratto a tempo indeterminato si è perso nella sua indeterminatezza ed è incatenato ad una società che è causa della precarietà, dei ricatti e della debolezza di quella classe sempre più disordinata ed individualista, quale quella dei lavoratori.
Oggi la vera causale che può determinare la nascita, lo sviluppo e la morte di un rapporto di lavoro, è la precarietà nella precarietà.
Amen.

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