I simboli rubati di Monfalcone: la campana del Vate e il feretro conteso di Enrico Toti

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  Diciamolo pure, c’è un dettaglio affascinante e al tempo stesso quasi tragicomico quando si guarda alla storia di Monfalcone, questa città che a un certo punto si ritrova letteralmente spogliata dei suoi simboli. E sono due vicende straordinarie, legate a quel clima incandescentissimo del nazionalismo italiano. Da una parte c'è Gabriele D’Annunzio. Nel 1919, mentre i suoi legionari marciano verso la città per ricongiungersi con gli ufficiali pronti a seguire il Vate alla conquista di Fiume, succede una cosa singolare.  Vedono una campanella, una minuscola campana, quella di San Polo. Per i monfalconesi era un pezzo d'anima, un simbolo identitario fortissimo. Ma D’Annunzio — ed è un fatto noto — era un collezionista ossessivo, accumulava qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro. La sua dimora era letteralmente un museo straripante. E così la campanella sparisce, finisce dritta nella stanza del Lebbroso al Vittoriale. Da lì, nonostante le rimostranze e le rivendicazioni sacrosan...

L'illusione della foresta eterna: il dramma di Lussino

 

Dunque, per capire davvero cosa sta succedendo oggi a Lussino, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Dobbiamo immaginarci la fine dell'Ottocento, quel mondo lì, l'Impero austro-ungarico. C'è un botanico locale, un uomo straordinario di nome Ambrogio Haračić, che ha un'idea fissa: rimboschire quest'isola brulla, renderla un paradiso di salute. E guardate che non è solo, perché a dargli manforte arriva un pezzo da novanta di Vienna, il dottor Leopold von Schrötter. Questi due si mettono d'accordo e, con una fiducia incrollabile nel futuro, piantano migliaia e migliaia di pini d'Aleppo. Un progetto magnifico, epico! Che infatti trasforma l'isola. Ma gli alberi hanno un ciclo vitale. Non sono eterni. E oggi, a distanza di più di cent'anni succede che quella splendida foresta è arrivata alla fine della sua corsa. Quei pini d'Aleppo, che per generazioni hanno offerto ombra e profumo ai viandanti, oggi sono vecchi, stanchi, malandati. Non ce la fanno più. Basta una sventolata di Bora un po' più forte del solito, una mareggiata, e la natura esige il suo tributo. Negli ultimi anni, chiunque metta piede a Lussinpiccolo non può non accorgersene: è un'ecatombe. Alberi sradicati, spezzati in due, giganti abbattuti che giacciono al suolo. Una vera e propria strage silenziosa che sta letteralmente ridisegnando la geografia visiva di questa splendida isola. E qui c'è un altro aspetto straordinario, quasi sociologico, che dobbiamo analizzare. Perché Lussino, storicamente, è sempre stata un feudo del turismo italiano. Era la "nostra" isola prediletta. Ma oggi? Oggi le cose sono cambiate radicalmente! Gli italiani ormai sono una minoranza, sia storica che turistica. Se fate un giro sulle rive dell'Isola o nei caffè del porto, che lingue sentite parlare? Tedesco e unghereseAustriaco e serbo e  poi, soprattutto, il croato. Sì, perché c'è questo fenomeno interessantissimo dei croati che, negli ultimi tempi, hanno letteralmente riscoperto la bellezza dei propri luoghi, e giustamente se li godono da turisti a casa loro. Ma intanto, in mezzo a questo viavai di turisti, il disastro di Lussinpiccolo rimane lì, sotto gli occhi di tutti. Ed è un disastro enorme, che rischia di cambiare per sempre il volto dell'isola nei prossimi anni. E qual è la cosa che lascia più sbigottiti? È l'incertezza. Non si è ancora capito se sia "solo" una questione di vecchiaia dei pini, o se sotto ci sia l'ombra di qualche parassita, di qualche malattia subdola che sta decimando le piante come sostiene qualche occhio attento. Ma il vero dramma, non è solo ecologico. È il fatto che tutto questo stia avvenendo in un clima di rassegnazione quasi totale. C'è un silenzio assordante intorno a questa vicenda. Gli alberi cadono, il paesaggio muore, e noi restiamo a guardare, scrollando le spalle come davanti a un destino inevitabile a cui non c'è rimedio.

 

 

 

mb 

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