Il cartello che sbiadisce e la memoria che resiste grazie allo spomenik jugoslavo che ricorda le vittime del campo di concentramento di Gonars
Noi italiani abbiamo un talento straordinario, una dote che la storia ci riconosce da secoli e in cui, diciamolo chiaramente, perché a Trieste sta succedendo qualcosa di assolutamente meraviglioso e, al tempo stesso, allucinante. L'Impero Asburgico? Sì, ma in salsa "Disneyland" Prendiamo la storia recente. Non parliamo di secoli fa, e nemmeno di decenni. Parliamo di l'altro ieri! Fino a pochissimo tempo fa, l'anima asburgica di Trieste – che poi è l'anima che le ha dato il corpo, i palazzi, l'aria che respira chiunque cammini per le sue strade – era quasi un argomento da trattare con le pinze. C'era questa idea della "santissima italianità" da difendere a tutti i costi. E oggi? E oggi, improvvisamente, l'Austria-Ungheria vende da dio. Quello che prima era il passato rimosso, adesso viene lucidato, esposto e celebrato. Tutto questo semplicemente perché nel grande circuito globale del turismo fa tendenza! È diventata una succursale di Disneyland Paris, dove l'Impero di Francesco Giuseppe non è più un pezzo di storia complesso e doloroso per alcuni, rimpianto, per altri, ma un fantastico brand commerciale. E non finisce qui, perché il pacchetto turistico triestino offre molto di più. E che dire dell'indipendentismo da Salotto e il paradosso di D'Annunzio? L'Indipendentismo fino a ieri era il nemico pubblico numero uno, roba da estirpare in nome della patria, demonizzato come il peggiore dei mali. Oggi è diventato folklore! Ai turisti piace da morire! Arrivano gli americani, arrivano gli inglesi, e gli si racconta questa storia del Territorio Libero, del richiamo alle truppe alleate... E loro, che di storia locale giustamente non sanno un tubo, si entusiasmano, scattano foto e consumano. E qui arriviamo al capolavoro assoluto della commedia umana, una scena che se la scrivesse un drammaturgo diremmo "no, vabbè, stai esagerando". C'è la statua di Gabriele D'Annunzio. Il Vate che non è che avesse esattamente una simpatia sviscerata per i popoli slavi, diciamo le cose come stanno (li definiva, con la sua consueta delicatezza poetica con sfumature razziste, "scimmie" o "mandrie di porci"). E dove lo hanno messo? Seduto in piazza, un po' spaesato, nel bel mezzo di quello che era il simbolo dello spirito balcanico di una Trieste che ormai non c'è più. Quella Trieste che un tempo vendeva i jeans agli "Jugo" oggi vende cartoline nostalgiche a un pubblico che si siede accanto a D'Annunzio senza avere la più pallida idea di dove si trovi. Sia chiaro, in questa gigantesca operazione di marketing nostalgico c'è ancora un limite. C'è un ultimo tabù che resiste strenuamente all'invasione dei souvenir: i famigerati quarantadue giorni dell'occupazione titina. Quelli, per il momento, nel parco giochi della Disneyland triestina non sono ancora entrati. Sono ancora troppo caldi, troppo divisivi, non fanno fare "ohhh" ai turisti davanti a un caffè specchiato sul mare. Ma di una cosa si può essere certi l 'economia spietata del turismo non fa sconti a nessuno. Se un giorno, per qualche assurda giravolta del mercato, anche quei quarantadue giorni dovessero diventare "spendibili" e commercializzabili... beh, statene certi: vedremo cadere anche quell'ultimo tabù, con buona pace della storia vera e dell'identità di Trieste oggi, smarrita. Il marketing turistico vuole la fluidità, vuole l'abbraccio universale, vuole che Trieste sia un po' Vienna, un po' Venezia, un po' Balcani, ma tutto molto edulcorato, molto Instagrammable. Di quello che vogliono i triestini, invece, non conta un fico secco. L'Italianità ruggente degli anni della contesa? Un reperto archeologico. La lotta per il ritorno alla madrepatria? Un capitolo di sussidiario che annoia il visitatore che cerca solo lo spritz perfetto al tramonto con sfondo una Crociera di sette piani. Altro che il formaggino faro dell'Istria. In questa nuova veste di città-vetrina, cantare "Vola Colomba" è quasi un controsenso. Perché se la colomba tornasse davvero oggi e guardasse giù, non troverebbe più i triestini pronti a sventolare il tricolore con le lacrime agli occhi, ma troverebbe una folla che cerca freneticamente la password del Wi-Fi per postare la foto di un buffet di pesce.
mb
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