Cent'anni dalla prima vittima dello squadrismo fascista a Ronchi, Erminio Rusig

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  Il 15 ottobre del 1926 saranno cent'anni della prima vittima del fascismo squadrista a Ronchi. Erminio Rusig un giovane ronchese poco più che ventenne. La sua storia è stata ricordata nel tempo dalla staffetta partigiana Elda Soranzio e dal partigiano e senatore Silvano Bacicchi e da Giacomo Mininel.  Siamo a Ronchi , è il 24 aprile del 1925. È sabato sera.  Erminio Rusig è lì con i suoi quattro compagni, vanno fino a San Pier, si divertono, e poi tornano a casa che è passata la mezzanotte. Si salutano al bivio della Pesa, ognuno per la sua strada. Erminio viene intercettato da una squadraccia . Lo fermano con le pistole e i manganelli. Lui prova a scappare, ma quelli sono in tanti, lo raggiungono e iniziano a picchiare duro. Lo atterrano a colpi di manganello e poi, quando è già a terra privo di sensi — che è una cosa di una vigliaccheria pazzesca — continuano a prenderlo a calci. E per finire, gli sparano pure: un colpo al basso ventre. Dopodiché, succede una cosa che...

Quando da Ronchi nel 1953 rischiò di partire una nuova marcia ma per prendere Trieste, fu fermata dagli inglesi



  • Siamo negli archivi del Dipartimento di Stato americano, documenti desecretati da poco. E salta fuori un telegramma del 1953. Un documento che scotta, perché ci racconta quanto siamo andati vicini a un pasticcio colossale proprio lì, a Ronchi. Ma prima, facciamo un po’ di contesto. Trieste, in quegli anni, è un posto incredibile. C’è il Territorio Libero, che però sulla carta è una cosa e nella realtà è un’altra. Comandano gli Alleati. Prima c'è stato un generale inglese, Sir Terence Airey: un uomo che piaceva a tutti i filo italiani, un periodo d'oro! Trieste era un pezzo d'America in Italia: cinema a ogni angolo, dollari che giravano a fiumi e, pensate, più di tremila ragazze triestine che alla fine sposano soldati americani e partono per il "sogno". Airey era uno che vedeva di buon occhio gli italiani, era un anticomunista convinto, si andava d'accordo. Poi però arriva Sir Thomas Winterton. E qui la musica cambia. Winterton è un inglese tutto d'un pezzo, uno di quelli che i sentimenti nazionalisti italiani proprio non li digerisce. Li vede come un pericolo, una scocciatura. E veniamo al dunque. Succede che siamo a ridosso dell’anniversario della marcia di D’Annunzio su Fiume. E il 5 settembre, Winterton – che è un uomo attento e forse un po' nervoso – scrive d’urgenza agli americani e a Londra. Dice: "Sentite, qui sta succedendo qualcosa di strano". Perché gli italiani, che pareva stessero buoni, improvvisamente spostano delle truppe. Ma non truppe qualunque: muovono il 4° Reggimento Genova Cavalleria. E dove lo mettono? A Ronchi dei Legionari. Il simbolo conta. Ronchi è il posto da dove era partito D’Annunzio! Mettere la cavalleria lì, in quel momento, per Winterton è un segnale chiarissimo. Lui lo scrive nel telegramma, ed è quasi preoccupato: "Questi vogliono fare un'incursione nella Zona A! Bisogna dirgli di tornare subito nelle caserme. Dobbiamo scoraggiare qualsiasi 'aspirante D'Annunzio', che abbia o meno l'appoggio del governo." 
     

     
    Winterton ha paura che, se gli italiani fanno una mossa del genere, gli jugoslavi di Tito – che non aspettano altro – spostino le loro truppe verso il confine. Sarebbe il caos, una scintilla che potrebbe far saltare tutto. A Ronchi, nel '53, si stava annusando l'aria di una nuova "marcia". Un’azione che, se fosse partita, avrebbe potuto scatenare un conflitto militare e politico imprevedibile. La macchina diplomatica si mette in moto alla velocità della luce. Il telegramma viene classificato come Top Secret, passa dai generali al Dipartimento di Stato. Entra in scena l’ambasciatrice Clare Boothe Luce, una donna di polso, che su ordine di Washington va dritta dal Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Pella. È il 9 settembre. Gli dice, in sostanza: "Caro Pella, quelle truppe al confine? Ecco, forse è il caso di riportarle indietro, non facciamo scherzi". E così, la Storia ha preso un'altra piega. Ma resta il fatto che, in quei giorni di settembre, a Ronchi si è sfiorato di nuovo il soffio della grande avventura – o del grande disastro. Cosa rimasta secretata per anni negli archivi di Stato americani. Certo, è difficile dire quante le preoccupazioni del comandante inglese fossero fondate, sull'eventuale azione provocatoria che sarebbe potuta partire da Ronchi in stile dannunziano, come dallo stesso chiaramente denunciato, ma di certo vi è che dopo il suo telegramma ogni eventuale azione simbolica o provocatoria venne fermata sul nascere. Riguardo ai movimenti più complessivi delle truppe italiane nelle zone di confine, Pella dichiarò all'ambasciatrice americana che il numero totale dei soldati italiani coinvolti era di 4.100, appartenenti a divisioni ma già di stanza a Udine o a est di Udine. Nello specifico, si trattava di un reggimento di cavalleria, tre compagnie di Alpini, due battaglioni di fanteria e due compagnie di fanteria. Non specificò a quali divisioni appartenessero e non fece alcun riferimento specifico al caso di Ronchi.

     

    fonte foto  archivio di Trieste 

    Fotografia dell’arrivo a Duino del generale britannico Thomas Willoughby Winterton che succede al generale Terence Sydney Airey (16 settembre 1947-31 maggio 1951) come comandante militare della Zona A del Territorio Libero di Trieste fino al 26 ottobre 

    Luogo e data: Duino, maggio 1951

    Collocazione: ASTS, Commissariato generale del governo per il territorio di Trieste, Gabinetto (1951-1963), busta 116 bis

     

     

     


     

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