L'Atelier del Silenzio: storia incredibile di Afro, di un castello e della rinascita del Friuli

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      Dimenticatevi il solito castello medievale. Niente pietre fredde, niente polvere. No, qui stiamo parlando di una fortezza viva, spalancata sul mondo! Immaginatevi quest'uomo, Afro, immerso in quel verde friulano così prorompente. E lui che cosa fa? Lo prende e lo reinterpreta a modo suo, lo trasforma in quell'astrattismo pazzesco che lo renderà uno degli artisti italiani più celebri al mondo nel suo tempo. E guardate che c'è un parallelo fantastico! Pensate a Cy Twombly che si rinchiude nella sua fortezza a Bassano in Teverina, immerso nello splendore dell'accoglienza dei Franchetti... Ebbene, Afro vede questa cosa e segue esattamente quelle orme. Questo castello, sia chiaro, non riesce a comprarlo! Anche se era nei suoi desideri. Ma non si perde d'animo: se lo prende in affitto per anni e lo trasforma nel suo laboratorio creativo, nel suo rifugio d'arte. E allora la mostra “Afro al Castello di Prampero: l'Atelier del Silenzio (1961-1976)” ... non pote...

Il Grande Pasticcio: La Norimberga che l'Italia non ebbe mai

Noi siamo abituati a pensare al dopoguerra come a un momento di grande chiarezza morale. La democrazia che vince, il fascismo che scompare. La realtà è che l'Italia quel conto con la storia non lo ha mai chiuso davvero. Mentre in Germania a Norimberga si montavano i tribunali e si facevano i processi seri, da noi è successo l'esatto contrario. È stato messo in piedi un colossale, collettivo, nazionalissimo "volemose bene". I numeri sono impressionanti, Parliamo inizialmente di più di quattrocento criminali di guerra come emerge dagli atti ufficiali. Gente che aveva fatto cose orribili in Jugoslavia, in Albania, in Russia. E invece? Invece finisce che alla sbarra, in quegli anni frenetici, ci finiscono più partigiani che gerarchi fascisti. Un paradosso che a noi oggi sembra follia, ma che all'epoca era il frutto di una strategia politica lucidissima. Perché non è che si fossero dimenticati di questi quattrocento. Le richieste di estradizione arrivavano, eccome! La Jugoslavia di Tito premeva, i Sovietici ringhiavano, gli Alleati chiedevano conto. Ma nei palazzi del potere, al Ministero degli Esteri, nel 1946, si ragiona in un altro modo.  Si gioca d'astuzia. Si inventa la tattica del rinvio. La parola d'ordine è: "Dobbiamo processarli noi". Ma non perché ci sia una gran voglia di far giustizia. L'obiettivo è toglierli dalle grinfie dei tribunali stranieri. C’è un documento fantastico – drammatico, ma fantastico per come mette a nudo la natura politica di quel tempo– che è una lettera dell’ambasciatore italiano a Mosca. Lui scrive ai suoi superiori e, con una franchezza che quasi lascia sbalorditi, spiega come andrà a finire "Sentite," dice in sostanza l'ambasciatore, "conviene che li processiamo in Italia. Perché un tribunale italiano, alla fine, sarà sempre un po’ più tollerante. Magari gli diamo qualche anno di reclusione, così mettiamo a tacere l'opinione pubblica internazionale, e poi... e poi fra qualche anno, quando le acque si saranno calmate, facciamo un’amnistia. Un bell'atto di clemenza fatto alla chetichella" Perché, l'alternativa era la forca in Jugoslavia o in Unione Sovietica. A Belgrado o a Tirana non sarebbero andati tanto per il sottile e l'ambasciatore lo scrive chiaramente "il tribunale jugoslavo, albanese o russo, distribuirà loro con grande generosità la forca". E sappiamo poi tutti come è andata a finire. Una pagina di storia che resta lì, indelebile, a ricordarci che tra la verità storica e la convenienza politica, in Italia, ha quasi sempre vinto la seconda ed è così sotto questo timbro d'ingiustizia storica, clamorosa, che è iniziata la storia della Repubblica italiana. 


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