La rosa di Nova Gorica dove il tempo si è fermato oltre la linea del confine

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Qui non siamo semplicemente su una collina; siamo su una faglia della storia, un punto dove le placche tettoniche della memoria europea hanno deciso di scontrarsi e miracolosamente, di restare in equilibrio. Immaginate la scena. Una scena reale, perché esiste e non è generata dall'I.A.  Siete lì, vi guardate intorno. Da una parte c'è il Castello di Gorizia , la fortezza, il Medioevo che è diventato nazione, con quel Tricolore che sventola a dire: "Qui siamo in Italia". Ma poi basta girare la testa, appena un po', ed ecco che la storia vi tira a modo suo per la giacca, sulla montagna di fronte, il Sabotino, quella scritta monumentale, TITO , che urla ancora oggi a tutto il mondo che Nova Gorica non è nata per grazia divina o per eredità dinastica. No, l'ha voluta il socialismo jugoslavo, l'ha creata l'uomo dal nulla, per sfida, sulla linea di confine. E in mezzo a questo scontro di simboli, tra nazionalismi e ideologie del Novecento che si sono fatte la...

Il Grande Pasticcio: La Norimberga che l'Italia non ebbe mai

Noi siamo abituati a pensare al dopoguerra come a un momento di grande chiarezza morale. La democrazia che vince, il fascismo che scompare. La realtà è che l'Italia quel conto con la storia non lo ha mai chiuso davvero. Mentre in Germania a Norimberga si montavano i tribunali e si facevano i processi seri, da noi è successo l'esatto contrario. È stato messo in piedi un colossale, collettivo, nazionalissimo "volemose bene". I numeri sono impressionanti, Parliamo inizialmente di più di quattrocento criminali di guerra come emerge dagli atti ufficiali. Gente che aveva fatto cose orribili in Jugoslavia, in Albania, in Russia. E invece? Invece finisce che alla sbarra, in quegli anni frenetici, ci finiscono più partigiani che gerarchi fascisti. Un paradosso che a noi oggi sembra follia, ma che all'epoca era il frutto di una strategia politica lucidissima. Perché non è che si fossero dimenticati di questi quattrocento. Le richieste di estradizione arrivavano, eccome! La Jugoslavia di Tito premeva, i Sovietici ringhiavano, gli Alleati chiedevano conto. Ma nei palazzi del potere, al Ministero degli Esteri, nel 1946, si ragiona in un altro modo.  Si gioca d'astuzia. Si inventa la tattica del rinvio. La parola d'ordine è: "Dobbiamo processarli noi". Ma non perché ci sia una gran voglia di far giustizia. L'obiettivo è toglierli dalle grinfie dei tribunali stranieri. C’è un documento fantastico – drammatico, ma fantastico per come mette a nudo la natura politica di quel tempo– che è una lettera dell’ambasciatore italiano a Mosca. Lui scrive ai suoi superiori e, con una franchezza che quasi lascia sbalorditi, spiega come andrà a finire "Sentite," dice in sostanza l'ambasciatore, "conviene che li processiamo in Italia. Perché un tribunale italiano, alla fine, sarà sempre un po’ più tollerante. Magari gli diamo qualche anno di reclusione, così mettiamo a tacere l'opinione pubblica internazionale, e poi... e poi fra qualche anno, quando le acque si saranno calmate, facciamo un’amnistia. Un bell'atto di clemenza fatto alla chetichella" Perché, l'alternativa era la forca in Jugoslavia o in Unione Sovietica. A Belgrado o a Tirana non sarebbero andati tanto per il sottile e l'ambasciatore lo scrive chiaramente "il tribunale jugoslavo, albanese o russo, distribuirà loro con grande generosità la forca". E sappiamo poi tutti come è andata a finire. Una pagina di storia che resta lì, indelebile, a ricordarci che tra la verità storica e la convenienza politica, in Italia, ha quasi sempre vinto la seconda ed è così sotto questo timbro d'ingiustizia storica, clamorosa, che è iniziata la storia della Repubblica italiana. 


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