Grazie, Partigiani






Il più piccolo aveva solo 14 anni. Saranno 147. 147 i partigiani di Ronchi che sacrificheranno la propria vita per combattere quel male assoluto che è stato il fascismo. Senza dimenticare le centinaia di deportati. 75 saranno quelli che non torneranno più a casa.  Erano giovani e meno giovani, uomini e donne, italiani e sloveni, croati, serbi, e di tanti altri luoghi. Quel giorno dell'armistizio, nell'Italia, sbandata, con l'esercito in rovina, in cambio di vestiti civili, di cibo, si consegnavano le armi. Il Paese allo sbando, e il popolo, finalmente poteva riscattarsi. La guerra è finita, pensavano in tanti. Ma in quelle ore, soprattutto qui al confine orientale, si era capito cosa sarebbe successo. La Germania nazista avrebbe occupato l'Italia, non c'era tempo di festeggiare, la guerra non era finita, il peggio doveva ancora arrivare. In centinaia si mossero con le loro tute blu dai cantieri navali di Monfalcone. Cantieri da dove partivano spesso delle squadre con delle camionette per pestare comunisti e antifascisti. Questa volta partirono gli operai con la tuta blu. Decisero di ritrovarsi a Cave di Selz, sulla strada che conduceva verso Gorizia. Lo scopo era cercare di arrestare il prima possibile l'avanzata tedesca. Con armi italiane e slovene, con la collaborazione fondamentale della Resistenza slovena, senza la quale non sarebbe stata possibile alcuna reale resistenza, qui, sul confine orientale, in centinaia, lì, dove sorge il cippo eretto nel 1970 che ne ricorda la costituzione, si formò la prima formazione armata partigiana d'Italia. Che passerà alla storia con il nome di Brigata Proletaria. Studenti, operai, disoccupati, impiegati. C'era tutta la società. Si era nel pomeriggio del 10 settembre del 1943. Dopo il comizio di Monfalcone che sollevò la piazza invitandola ad agire subito per la libertà del Paese, si avviarono i partigiani verso Doberdò. Nei documenti sloveni sarà nota come brigata triestina, ma qui rimarrà nota come brigata proletaria, come si chiamavano le brigate antifasciste slovene e soprattutto per rivendicare l'identità operaia di quella formazione partigiana costituita da quasi 800 combattenti. Una cosa enorme. E quando la racconti, la gente neanche ci crede. Ti chiede, ma è tutto vero? Sì, è tutto vero. Una storia enorme, potente, che meriterebbe di oltrepassare i confini regionali.  Il 12 settembre sarà la prima battaglia della Brigata Proletaria, in quella che passerà alla storia come la battaglia di Gorizia.  Fu un qualcosa di pazzesco per l'epoca. Per una ventina di giorni circa la Brigata Proletaria monfalconese e i partigiani sloveni affrontarono il fortissimo esercito tedesco con un coraggio estremo. Le truppe della Wehrmacht, purtroppo, distrussero la brigata. Un centinaio furono i partigiani caduti in quella tremenda battaglia. Chi fuggì e chi continuò la propria opera partigiana in quello che sarà la futura brigata Garibaldi Trieste. A questi nostri eroi non si può che dire che grazie. 
E Ronchi dei Partigiani, senza voler togliere niente a nessuno, nasce per questo motivo, per un plus, per rivendicare l'identità partigiana di queste terre, la memoria partigiana di queste terre, contrapponendosi a chi vuole celebrare eventi e nefandezze storiche che infangano la memoria di Ronchi, del monfalconese, dei partigiani, di un territorio che deve la propria libertà a chi in quei bollenti giorni di settembre del '43 ha deciso di impugnare le armi, di salire sul Carso per respingere il nemico nazista, alleato dell'Italia fascista che stava per occupare, come poi farà, gran parte dell'Italia. E comunque una riflessione va fatta sul perchè queste cerimonie vedono ridursi, di anno in anno, il numero di partecipanti. Sempre meno persone. Qualcosa evidentemente non funziona più ed una riflessione profonda va fatta prima che ci si ritrovi solo tra pochi intimi.

mb

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