Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Siamo nel quarto anno senza verità e giustizia per Giulio. Il mondo accademico si è arreso?

Quasi 5000 mila accademici firmarono una lettera aperta, cinque giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulio,in Egitto. Una lettera che aveva come destinatario Al Sisi. Pubblicata sul The Guardian e ripresa poi dalla stampa di tutto il mondo. Lettera dove, dopo aver espresso il dolore per quanto accaduto a Giulio, e vicinanza alla famiglia, si denunciava con fermezza la gravità del fatto che sul corpo di Giulio fossero stati ritrovati ampi segni di tortura. Come dichiarato dal Pubblico ministero egiziano. Rilevando che "coloro che erano a conoscenza della scomparsa di Giulio prima della scoperta del suo corpo erano assai preoccupati per la sua sicurezza, dal momento che è scomparso nel bel mezzo di una campagna di sicurezza che ha portato ad arresti arbitrari di massa, un drammatico aumento di casi di tortura all’interno di stazioni di polizia, e altri casi di sparizioni, secondo la documentazione delle organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani." Accuse pesanti, mosse dal mondo accademico. Quel mondo accademico che in modo sconcertante in varie parti del mondo, a partire anche dall'Inghilterra e anche Italia, continua con alcune sue articolazioni a cooperare con l'Egitto come se non fosse successo nulla. Lettera nella quale si richiamavano rapporti di Amnesty International, dove si evidenziava che " reparti legati al Ministero egiziano degli Interni e al Ministero della Difesa egiziano sono usi a praticare la stesso tipo di tortura subita da Giulio contro centinaia di cittadini egiziani di ogni anno." 
E la prima notizia pubblicata sul sito del governo egiziano sul caso di Giulio,  riguardava una risposta a questa lettera, attaccando il mondo accademico. Ciò accadeva il 9 febbraio 2016 ed in tale contesto si portavano per la prima volta pubblicamente da parte del governo le condoglianze alla famiglia di Giulio.
Nella risposta il governo egiziano lasciava intravedere quale sarebbe stata la sua linea. Auto-assolversi, ovviamente, condannando chi gettava fango sul regime egiziano, ed in tale risposta emergeva il clamore del governo egiziano "era sorpreso dalle ipotesi infondate formulate da  da accademici, che dovrebbero essere i primi ad aderire  a standard di imparzialità, rigore e professionalità."
Siamo oramai nel quarto anno di questo omicidio di stato.Il mondo accademico ha alzato bandiera bianca? Andrebbe proclamato uno sciopero internazionale come minimo, per denunciare la gravità della situazione, oggi in stallo totale, andrebbe boicottata ogni forma di collaborazione accademica con l'Egitto. Perchè se i primi segnali di resa arrivano proprio da quel mondo da cui veniva Giulio, ciò è l'abbandono della questione morale, etica, significa accettare che un ricercatore universitario possa essere deliberatamente ammazzato da una dittatura e da chi suo complice mentre svolgeva semplicemente il proprio lavoro, i propri studi, senza ottenere né verità, né giustizia. E' questo il messaggio che si vuole lanciare al mondo accademico? Alla società? A questo punto meglio chiuderle le università.

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