Le conclusioni della Commissione d'inchiesta sul caso Moro

Nelle considerazioni conclusive della Commissione d'inchiesta sul Caso Moro emergono spunti di riflessione importante ed anche inquietanti che dovrebbero far tremare i pilastri della nostra Repubblica. Un lavoro durato alcuni anni, con diverse audizioni, accessi a documenti, verifiche, ispezioni, un lavoro enorme e giunto a termine.   
 
La legge istitutiva della Commissione (Legge 30 maggio 2014, n. 82) ha assegnato come mandato all'inchiesta parlamentare quello di «accertare eventuali nuovi elementi che possono integrare le conoscenze acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari di inchiesta sulla strage di Via Fani, sul sequestro e sull'assassinio di Aldo Moro; eventuali responsabilità sui fatti di cui alla lettera a) riconducibili ad apparati, strutture e organizzazioni comunque denominati ovvero a persone a essi appartenenti o appartenute».
 
E' stato sottolineato che è "dalla rilettura sistematica dei cinque processi e dell'attività delle precedenti Commissioni che si sono occupate in tutto o in parte della vicenda Moro - la prima Commissione Moro, la Commissione P2, la Commissione stragi, attiva per quattro legislature, e la Commissione Mitrokhin - che emerge il fatto che la ricostruzione storico-politica e giudiziaria di uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana è ancora fortemente condizionata da una "verità" affermatasi tra gli anni '80 e i primi anni '90, che ha poi trovato un parziale accoglimento in sede giudiziaria. Una "verità" fortemente legata alle interazioni tra le culture politiche all'epoca prevalenti e ad una diffusa volontà di voltare rapidamente pagina rispetto alla stagione del terrorismo. Ciò, peraltro, risulta di palmare evidenza dalle pagine dedicate in questa relazione all'analisi del percorso dissociativo di Valerio Morucci e Adriana Faranda e alla influenza che questo esercitò sui giudicati penali."

La dinamica del sequestro Moro deve essere profondamente riesaminata
"Un primo elemento che emerge con chiarezza è che una semplice lettura combinata dei documenti programmatici delle Brigate rosse e delle informative che provenivano dal Medio Oriente avrebbe consentito di individuare una specifica necessità di tutelare la persona dell'onorevole Moro con le massime misure di sicurezza. Ove queste fossero state attuate, non solo la vita di Aldo Moro e degli uomini della scorta, ma l'intera vicenda del terrorismo brigatista avrebbe assunto una piega ben diversa da quella che si realizzò. L'inefficace protezione non è dunque imputabile solo a carenze degli apparati di polizia, ma ad una più generale incapacità politica di cogliere il rischio prodotto dalle Brigate rosse, alla quale non furono estranee ambiguità di singoli esponenti della politica, della magistratura e degli apparati. Tra i principali elementi indagati c'è anche la ricostruzione della dinamica di via Fani, a partire dall'individuazione delle lacune della ricostruzione condensata nel "memoriale Morucci". Dopo le indagini compiute è possibile affermare che la dinamica deve essere profondamente riesaminata anche alla luce degli accertamenti sul bar Olivetti e sulla sua funzione nell'operazione delittuosa. 
 
 Le proprietà dello IOR
"Altrettanto significativa è l'individuazione, nella zona della Balduina, di un complesso, di proprietà IOR, che ospitò nella seconda metà del 1978 Prospero Gallinari e che era caratterizzato dalla presenza di prelati, società statunitensi, esponenti tedeschi dell'autonomia, finanzieri libici e di due persone contigue alle Brigate rosse. Complesso che, anche alla luce della posizione, potrebbe essere stato utilizzato per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista. Anche le attività tecniche delegate al RIS di Roma introducono diversi elementi di novità rispetto alla ricostruzione dell'uccisione di Moro che è stata proposta dai brigatisti in sede giudiziaria e ancor più in sede pubblicistica, evidenziando le criticità della ipotizzata uccisione di Moro nel pianale del vano portabagagli della Rénault 4 all'interno del garage di via Montalcini 8."
  
 
 Pluralità di soggetti coinvolti
"Un altro elemento che si evidenzia con chiarezza è che non si intravede una regia unica tra i protagonisti attivi o omissivi della vicenda Moro. Emerge, al contrario, come si sia innestata sull'operazione militare delle Brigate rosse l'azione di una pluralità di soggetti, che per ragioni diverse, influirono sulla gestione e tragica conclusione della vicenda. In questo ambito può collocarsi certo la presenza di persone legate alla P2 in diversi ambiti istituzionali, dai Comitati di crisi istituiti presso il Ministero dell'interno, ai vertici dei Servizi e della Forze di Polizia, alla Magistratura, come pure l'evidente permanere, all'interno degli apparati, di appartenenti a strutture che in alcuni casi, come evidenziato dal lavoro delle Commissione Stragi, rispondevano a plurime fedeltà.
Allo stesso modo emerge la presenza, in diversi snodi del sequestro Moro, di personaggi legati alle organizzazioni criminali, o perché interessati direttamente da esponenti politici, o in quanto fornitori di supporto logistico e armi, o semplicemente come "spettatori" della vicenda. In questo ambito, il riconoscimento del coinvolgimento del bar Olivetti di via Fani in dinamiche criminali 'œndranghetiste e di traffico di armi e i contatti con la malavita settentrionale e romana ampiamente documentati nella Relazione costituiscono una importante acquisizione, che va oltre la vexata quaestio di una presunta eterodirezione delle Brigate rosse, ma disegna uno sfondo di compromissioni a vari livelli. Dentro tale sfondo si collocano anche le infiltrazioni nelle Brigate rosse che si verificarono sin dai primi anni '70 e che sono state pure documentate dalle indagini."
 
 
Rapporti fra varie entità e servizi segreti  e pista palestinese
"Ancora più importante è il riconoscimento del ruolo di quell'area grigia e invisibile costituita dai rapporti fra varie entità, anche criminali o terroristiche, e i vari servizi segreti. In questo ambito una delle principali acquisizioni è giunta dagli approfondimenti sulla dimensione "mediterranea" della vicenda Moro, con particolare riferimento agli accordi politici e di intelligence che fondavano la politica italiana, in particolare nei riguardi del Medio Oriente, della Libia e della questione israelo-palestinese. Gli approfondimenti sul ruolo dei movimenti palestinesi e del centro SISMI di Beirut hanno consentito di gettare nuova luce sulla vicenda delle trattative per una liberazione di Moro e sul tema dei canali di comunicazione con i brigatisti, ma anche di cogliere i condizionamenti che poterono derivare dalla collocazione internazionale del nostro Paese e dal suo essere crocevia di traffici di armi con il Medio Oriente, spesso tollerati per ragioni geopolitiche e di sicurezza nazionale. È stato inoltre possibile inquadrare l'azione delle Brigate rosse all'interno di un più vasto "partito armato", composto da diverse formazioni terroristiche italiane, che faceva parte a pieno titolo del terrorismo internazionale di sinistra e non si riduceva a una dimensione puramente nazionale."
 
Il centro Hyperion 
"Ma le acquisizioni hanno riguardato anche altri ambiti centrali per la ricostruzione della vicenda Moro, dal ruolo del Superclan e della scuola Hypérion alla possibile protezione accordata a latitanti come Alessio Casimirri. La stessa vicenda dell'arresto di Morucci e Faranda in casa di Giuliana Conforto è stata oggetto di una completa rilettura, che ha consentito di mettere finalmente alcuni punti fermi sulla scoperta del rifugio di Viale Giulio Cesare n. 47, ma anche di evidenziare uno scenario più complesso, che chiama in causa la possibilità che l'arresto di Morucci e Faranda sia stato negoziato."
  
 Dimensione internazionale del sequestro ed omicidio di Aldo Moro
"Alla luce delle indagini compiute, dunque, il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell'eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale. Al di là dell'accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell'azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell'omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro, talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili alle influenze più diverse. Si pensi, ad esempio, al ruolo degli ambienti dell'Autonomia operaia romana, protagonisti dei colloqui con esponenti socialisti e allo stesso tempo impegnati in un'autonoma esperienza di partito armato, oppure al ruolo dei Servizi esteri, di cui, grazie alla documentazione declassificata, si cominciano a intravedere specifiche attività. Molte e significative sono state anche le acquisizioni in relazione alle trattative tentate da più attori per garantire la salvezza di Moro. Il quadro delle iniziative socialiste è stato arricchito con l'individuazione di una filiera lombarda, che forse poté fungere da canale diretto con Moro. Si è inoltre approfondita la vicenda delle iniziative della Santa Sede, chiarendo il ruolo di monsignor Curioni, e, come già detto, quella dei movimenti palestinesi e di esponenti della criminalità ai quali fu richiesto di fornire un ausilio. Connesso a questo è il tema della circolazione delle carte di Moro. Le attività condotte in relazione alla vicenda del covo brigatista di via Fracchia, a Genova, e all'esistenza di un canale di ritorno confermano la centralità di questo tema, ma restituiscono anche a Moro un grande spessore politico e intellettuale e fanno emergere il suo "martirio laico", nel quale si evidenziarono le sue qualità di statista e di cristiano. In tutti gli ambiti sommariamente enunciati, la Commissione ritiene di aver fatto significativi passi in direzione della verità e utilizzerà il tempo residuo per portare a termine tutte le possibili indagini. La Commissione consegna dunque al Parlamento e al Paese un lavoro che non è esaustivo, ma che corrisponde alla logica della legge istitutiva e che rende molto più chiaro uno degli eventi più drammatici della storia della Repubblica italiana."
 
Ed ora?
 
Marco Barone  

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