I simboli rubati di Monfalcone: la campana del Vate e il feretro conteso di Enrico Toti

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  Diciamolo pure, c’è un dettaglio affascinante e al tempo stesso quasi tragicomico quando si guarda alla storia di Monfalcone, questa città che a un certo punto si ritrova letteralmente spogliata dei suoi simboli. E sono due vicende straordinarie, legate a quel clima incandescentissimo del nazionalismo italiano. Da una parte c'è Gabriele D’Annunzio. Nel 1919, mentre i suoi legionari marciano verso la città per ricongiungersi con gli ufficiali pronti a seguire il Vate alla conquista di Fiume, succede una cosa singolare.  Vedono una campanella, una minuscola campana, quella di San Polo. Per i monfalconesi era un pezzo d'anima, un simbolo identitario fortissimo. Ma D’Annunzio — ed è un fatto noto — era un collezionista ossessivo, accumulava qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro. La sua dimora era letteralmente un museo straripante. E così la campanella sparisce, finisce dritta nella stanza del Lebbroso al Vittoriale. Da lì, nonostante le rimostranze e le rivendicazioni sacrosan...

Dal museo Egizio di Torino alla biblioteca di Barletta, si dedicano le sale a Giulio Regeni, l'Italia che non si arrende



Il giallo è diventato il nuovo simbolo di questa nuova durissima resistenza. Si è scritto che il giallo conquista l'Italia, ed è vero. Dalle scuole, alle biblioteche, ai Comuni alle auto, ai balconi ai polsi delle persone. 
Una tempesta di giallo in movimento, una tempesta che non vuol dare tregua e mai la darà a chi tenta la via della normalizzazione con quell'Egitto criminale dove tra condanne a morte, sparizioni e violenze inaudite si vorrebbero chiudere bocca, occhi e orecchie per intraprendere la via della dimenticanza, dell'oblio, del tanto non vi è più nulla da fare, del diventar amici come prima se non più di prima. Come ammazzare due o più volte chi è stato ucciso da un sistema criminale che si è attivato in tutti i modi leciti e non leciti per ostacolare la via della giustizia e della verità.
Intanto l'Italia che non si arrende, e che dopo 22 mesi dalla cattura ed uccisione di Giulio continua in ogni circostanza, luogo o momento, con piccole o grandi cose, dove nulla è mai superfluo, a pretendere e non semplicemente chiedere verità per Giulio e per lui per tutti coloro che hanno subito lo stesso trattamento disumano nella terra delle piramidi. E tra queste circostanze vi è quella di intitolare non in contrapposizione a qualcuno od a qualcosa, ma in modo profondamente propositivo, a Giulio anche delle sale nei luoghi della cultura, come accaduto a Torino, al museo Egizio, un luogo non casuale, come accaduto a Palmanova, come accaduto a Barletta e non solo e come accadrà in tanti altri luoghi. 
Questo fiume è inarrestabile, non lo si potrà più fermare. Cambieranno i governi, cambieranno gli indirizzi politici, cambieranno gli ambasciatori, cambieranno gli uomini e le donne dello Stato, tutto è destinato a passare, ma non cambierà mai e non passerà mai la determinazione che accompagna giorno e notte la famiglia di Giulio e tutta la comunità internazionale che la sostiene ed è sempre più grande, cresce giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Marco Barone 


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