Stefano Furlan ricordato ovunque ma a Ronchi non esiste neanche una targa

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  Ci sono vicende che sembrano chiudersi nel giro di un attimo, e invece no. Rimangono lì, aggrappate alla memoria, perché  non è questione di fare della retorica inutile, quella che, insomma, lascia il tempo che trova, ma di non permettere che l'esistenza di una persona svanisca nel nulla. Di dire chiaramente: questa è stata un'ingiustizia. Come ad esempio nel caso di Stefano Furlan. Lui era di Ronchi, una famiglia semplice, gente comune. Ma la sua storia,  la ricordano tutti. La ricordano le tifoserie di mezza Italia nel mondo del calcio, persino quelle avversarie. Perché Stefano, nel febbraio del 1984, si trova esattamente dove nessuno vorrebbe mai trovarsi: nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. C'erano stati disordini, scaramucce tra i tifosi della Triestina e quelli dell'Udinese, fuori dallo stadio Grezar, a Trieste. I dettagli, nella storia, sono sempre sfuggenti. Stefano esce dalla curva, deve raggiungere la sua macchina, una Fiat 128 blu parcheggiata in vi...

Se a Gorizia sventola la bandiera bianca nella sua ultima ora

Il titolo dell'articolo di Fain sul Piccolo di Gorizia non lascia spazio ad equivoci " nessun segnale di ripresa altri mille posti in pericolo". Così come efficace è a parer mio l'aver individuato i giusti versi che meglio si adattano alla situazione attuale goriziana, da parte di Maurizio Cattaruzza, che ora voglio richiamare per la terza volta, perché per ben due volte nell'editoriale sul Piccolo sono stati sottolineati. "Il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca". L'ultima ora di Venezia di Fusinato, testo poi adattato nella celebre Bandiera Bianca di Franco Battiato. E verrebbe da dire che forse è veramente giunta l'ultima ora di Gorizia. Fusinato scriveva anche "Su le tue pagine scolpisci, o storia, l’altrui nequizie e la Sua gloria, e grida ai posteri: -Tre volte infame chi vuol Venezia morta di fame". E tre forse anche più di tre volte è infame chi vuol Gorizia ed il suo territorio morto di fame. Il lavoro è la prima questione sociale da dover affrontare. La sinistra governativa, salvo qualche eccezione, ha perso di vista il suo essere sinistra, dimenticandosi proprio della questione lavoro, e quando a questa vi ha dedicato attenzione ha fatto, ultimamente, solo dei disastri, basta pensare alla follia del Jobs Act che se in Italia è stato "accettato" perché si è veramente alla frutta marcia, in Francia ha sollevato le ira funeste del popolo, perché hanno ben compreso che non vogliono rischiare di fare la fine di noi italiani. I nostri padri costituenti hanno dovuto affrontare le pene dell'inferno per arrivare a scriver quel meraviglioso testo che è ancora inattuato e che qualcuno vuole bruciare. Hanno conosciuto la fame, la povertà, le diseguaglianze, la mancanza di lavoro. Ma il diritto al lavoro, del lavoro e per il lavoro non c'è più, è stato travolto da un sistema che non ha retto alla globalizzazione, e che ha svenduto il suo miglior essere per divenire semplicemente un nulla. Così come esiste da secoli la questione meridionale, dalla metà degli anni '50 esiste la questione goriziana, ovvero da quando è venuta meno la questione dei confini. A furia di chiudersi in recinti sempre più stretti, si è perso il contatto con il mondo globale, a furia di doparsi di nazionalismo, che non ha nulla da condividere con il patriottismo, si è fatto solo il male di queste terre. Ed i giovani fuggono, vanno via, ed il "nemico" è il più debole socialmente, non chi ha voluto o determinato la morte di Gorizia e territorio da considerarsi " tre volte infame" pensando a Fusinato, come giustamente richiamato nel breve ma profondo editoriale del Piccolo.
Ma il tempo delle riflessione è venuto meno, ora si deve agire, ora o mai più, perché dopo la resa di Gorizia o ci sarà il totale tracollo depressivo e deprimente di questo territorio, o un cambiamento radicale che potrà arrivare solo con quello choc culturale e sociale che auspicavo ma che tarda ad arrivare. Non esistono vie di mezzo.

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