Cent'anni dalla prima vittima dello squadrismo fascista a Ronchi, Erminio Rusig

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  Il 15 ottobre del 1926 saranno cent'anni della prima vittima del fascismo squadrista a Ronchi. Erminio Rusig un giovane ronchese poco più che ventenne. La sua storia è stata ricordata nel tempo dalla staffetta partigiana Elda Soranzio e dal partigiano e senatore Silvano Bacicchi e da Giacomo Mininel.  Siamo a Ronchi , è il 24 aprile del 1925. È sabato sera.  Erminio Rusig è lì con i suoi quattro compagni, vanno fino a San Pier, si divertono, e poi tornano a casa che è passata la mezzanotte. Si salutano al bivio della Pesa, ognuno per la sua strada. Erminio viene intercettato da una squadraccia . Lo fermano con le pistole e i manganelli. Lui prova a scappare, ma quelli sono in tanti, lo raggiungono e iniziano a picchiare duro. Lo atterrano a colpi di manganello e poi, quando è già a terra privo di sensi — che è una cosa di una vigliaccheria pazzesca — continuano a prenderlo a calci. E per finire, gli sparano pure: un colpo al basso ventre. Dopodiché, succede una cosa che...

Inizia il nuovo anno scolastico, ma si stava meglio quando si stava peggio?




Vi è poco da fare, in Italia si deve scegliere, quando è possibile, sempre il male minore. Solo che nel caso della disastrosa "buona scuola", non si è potuto scegliere un bel niente, nel senso che la Legge è stata calata dall'alto nonostante l'imponente sciopero del maggio 2015 con quasi l'80% del personale che ha detto no, scioperando. Evento irripetibile? Forse. Tutto quello che era stato denunciato si è puntualmente realizzato. E la legge dei paradossi regna sovrana. Addirittura questo primo settembre ci sono tanti docenti che non sanno dove cavolo andranno ad insegnare e dovranno prendere servizio presso l'Ufficio scolastico territoriale, neanche a scuola. Roba da matti. Docenti del sud finiti in massa al nord, dal nord al sud, con numeri meno rilevanti ma in ogni caso ogni trasferimento imposto dalla macchina è stato un disastro. Questo è il prezzo che lo Stato ti ha fatto pagare per non essere più precario, ma ultra-flessibile. Sballottato in giro per l'Italia, stroncati legami famigliari, territoriali, sociali. Nessuno pretende di avere il lavoro sotto casa, ma neanche a 1000 km di distanza dopo decenni di precariato poi. Si stava meglio, forse, con il precariato, viene da pensare. Si stava meglio, forse, con la vecchia situazione normativa, pur non essendo, per diversi aspetti, accettabile. L'unico modo per fermare questa schifezza di situazione è lottare in ogni luogo di lavoro, cercando di fare gruppo per osteggiare l'autoritarismo dirigenziale ed il servilismo di alcuni sedicenti colleghi, ritornare ai vecchi collettivi, solidarizzare, non cedere neanche una virgola, non dare tregua e fare rete territoriale, e sperare in un Governo amico pro tempore, che non potrà mai essere il PD, nemico della scuola pubblica, che possa abrogare se non tutta, almeno buona parte della legge 107 del 2015 non farà mica male. Certo, vi è l'incognita del referendum, ma nell'attesa l'anno scolastico è partito ed ogni anno è sempre peggio, e pare proprio che al peggio in questo maledetto Paese non vi sia proprio fine.
Marco Barone

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