I giganti di ferro e la nuova Babele: Monfalcone

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C’è qualcosa di profondamente epico  quando osserviamo quello che sta accadendo a Monfalcone. Arrivano questi due nuovi giganti, due gru gigantesche, alte cento metri! Arrivando direttamente dalla terra della Serenissima, da Venezia, e si vanno a piantare lì, proprio ai piedi della Rocca carsica. È lì che prendono forma i veri re dei nostri tempi: queste navi da crociera enormi, bianche, mostruose, pronte a salpare verso un mondo che immaginiamo senza più confini. Però guardiamo cos'è diventata Monfalcone. Non è il classico porto di mare che uno s'immagina nel Cinquecento o nell'Ottocento. Oggi è una città periferica del Nordest, una "piccola Dacca", come dicono alcuni con una certa inquietudine. Perché a un certo punto sono arrivati a migliaia dal Bangladesh, dall'altra parte del pianeta! Sono venuti a fare esattamente quel lavoro che gli italiani, ormai, non volevano più fare. È la globalizzazione al contrario. Quella dinamica spietata della competizione al ...

Dalla foto del bambino di Kobane, al bambino che canta "Siam pronti alla morte l'Italia chiamò"



Ha sconvolto il mondo la foto del bambino di Kobane. Diventato simbolo di una società sempre più chiusa in se stessa, una società che deve andare alla ricerca dell'emozione sconvolgente per assolvere se stessa da quelle responsabilità determinate dalla cattiva politica sistemica del presente Occidente. Minuti di silenzio, raccolte fondi, striscioni di solidarietà, un ponte nato sulla pelle di un bambino di Kobane, labile quanto questo tempo, perché non durerà. Domenica sera. Stadio di Palermo. Italia contro Bulgaria. Giocatori accompagnati dai bambini. L'inno d'Italia. E poi quella inquadratura, il bambino che canterà “ Siam pronti alla morte l'Italia chiamò”. Ecco, in tutto questo vi è il senso e lo specchio della nostra società. Un mondo che si commuove per il bambino di Kobane, pur forse nulla conoscendo della realtà di Kobane di cosa lì accade. E centinaia di centinaia sono i bambini uccisi dall'indifferenza, dalla guerra, dalla fame, dalla povertà. dalla fuga in cerca di miglior sorte e vita,ma ora questo mondo ha trovato un simbolo, anzi, il simbolo per cambiare pagina, ora si rincorre la solidarietà, i privati cittadini si sostituiscono allo Stato latitante. Se prima le notizie erano i muri, i manganelli, le intolleranze, adesso sono i cortei di auto, gli applausi. Ed il tutto nel giro di un niente che ha risucchiato la vita di migliaia di persone. Un giro di niente che ha deciso di mostrare il lato dell'Europa che reagisce, solidale, quel lato che magari anche prima era presente, ma non doveva fare notizia. 

E poi la vita ordinaria continua come se nulla fosse. Ed infatti, un bambino nello stadio di calcio, uno di quelli che accompagnerà i giocatori, canterà, "Siam pronti alla morte l'Italia chiamò". Come è noto l'inno di questo Paese mai è diventato ufficiale, il Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, presieduto da Alcide De Gasperi, acconsentì all'uso dell'inno di Mameli come inno nazionale della Repubblica Italiana così disponendo “(…) Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli". Un banale verbale che ha comportato l'effetto di avere ancora oggi quell'inno che per la prima volta venne intonato a Genova durante una festa popolare. Certo, non sfugge che nel 2012 è stata anche approvata la proposta di legge che vorrebbe l'insegnamento dell'inno di Mameli, musicato da Michele Novaro nelle scuole. Ma come si può insegnare nelle scuole l'inno che vuole l'Italia schiava di Roma come iddio la creò, inno che esalta la morte, che celebra la morte, che invoca la morte per l'Italia, per la patria? Quanto ciò è ancora accettabile? Cosa ha realmente insegnato la foto del bambino di Kobane?La sua,ahimè, morte? 
Marco Barone 

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