La grande ipocrisia: il caso Regeni e il bluff dell'amicizia egiziana

  Allora, guardate, la questione è d'un’evidenza quasi imbarazzante, e bisogna avere il coraggio di dirlo con grande chiarezza. Perché qui siamo di fronte a uno di quei casi in cui la storia — e la cronaca giudiziaria — ci mette sotto gli occhi una realtà drammatica, senza infingimenti. Il punto centrale è questo: l’Egitto, che a parole è sempre stato descritto come questo grande alleato, questo partner fondamentale dell’Italia nel Mediterraneo, sul piano della verità e della giustizia per Giulio Regeni non ha mosso un solo millimetro. Mai. E si è arrivati a questo paradosso straordinario — ed è una sentenza davvero incredibile — in cui la Corte ha condannato alcuni funzionari per il sequestro di Giulio, per quell'atto di violenza di Stato, ma non per la sua uccisione. L'accusa di omicidio, che la Procura contestava al solo Sharif e per la quale era stato chiesto l'ergastolo, non è stata riconosciuta.  In tutti questi anni, la cooperazione giudiziaria da parte egiziana ...

Lettera aperta ad Enrico Mentana

Caro, anzi carissimo, visto il prezzo che pagheremo, Direttore Enrico Mentana, Lei è un despota.
Despota, ovvero colui che impone con prepotenza la propria autorità.
Lei conduce il TG de La7.
Ha portato all'apice del successo l'edizione serale di quel telegiornale.
L'azienda le è devota.
L'azienda è ben consapevole della sua importanza.
Della sua autorità.
Ed allora, consapevole di ciò, esercita pienamente la sua autorità.
Ma, nel peggior dei modi.
Sparando sulla croce rossa.
E tale croce rossa si chiama sindacato.
Perché oggi, come ben Lei saprà, i sindacati sono in difficoltà, sia essa rappresentativa che di concertazione.
Non voglio entrare nel merito del perché di tale crisi del sindacalismo italiano.
Le responsabilità sono prevalentemente dirigenziali, ma anche della base che spesso preferisce non voler vedere piuttosto che criticare il proprio fedele sindacato.
Al cuore non si comanda giusto?
E così è per molti iscritti al sindacato di tal non più bel Paese.
E' stato chiesto al "suo" ruolo di Direttore, di leggere un comunicato sindacale che solidarizzava con lo sciopero dei poligrafici, indetto nell'ambito della mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil e Ugl contro la manovra del governo Monti.
Letto nei vari Tg sia della Rai che di Mediaset.
La7, no.
Lei ha deciso di no.
Con fermezza.
Con autorità.
E quando è emersa l'ipotesi, e parliamo di ipotesi, di legittima denuncia per comportamento antisindacale (articolo 28 della legge 300/1970) contro l'emittente La7 e il direttore del Tg Enrico Mentana, la sua risposta quale è stata?
Dimissioni!
Sostenendo che non potendo Lei lavorare in un clima ove al Direttore viene proposta una denuncia al Giudice del Lavoro per comportamento sindacale, deve dimettersi.
Ma dico, siamo alla follia?
O forse no.
Se così fosse, penso per esempio ai dirigenti scolastici, cosa dovrebbero fare?
Dimettersi in massa per i ripetuti comportamenti antisindacali e contestuali cause di lavoro?
Cosa che forse non sarebbe un male per la Scuola Pubblica Statale italiana.
Oppure penso alle aziende private.
Stesso identico discorso.
E' chiaro che la sua intenzione è di ben altro tenore.
E questo tenore si chiama ricatto al diritto sindacale.
Uso questo termine forte, perché nella sostanza, a parer mio, è quello che si è realizzato.
In perfetta linea con il modello Marchionne/Agnelli.
Si ricatta il sindacato, quindi i lavoratori.
Alla Fiat con la minaccia della chiusura degli stabilimenti, costringendo i lavoratori ad accettare condizioni di lavoro pessime.
Presso la sua Azienda con il bilancio positivo della sua conduzione.
E guarda caso la borsa,alla notizia, nel pomeriggio, delle sue possibili dimissioni, ha evidenziato un brusco peggioramento per il titolo Telecom Italia Media, la società che controlla La7. Il titolo, che ha perso fino al 6,59%, ha chiuso in calo del 3,74% a 0,16 euro.
Segnali.
Segnali chiari.
Se il Direttore Mentana lascia, La7 perde profitto.
Profitto.
D'altronde questo sistema vive di profitto, per il profitto, nel profitto.
Ed in nome del profitto, e della sua autorità, ben consapevole del potere che lei esercita, si annienta il diritto di critica dei sindacati, si annienta la facoltà del sindacato di esercitare quanto normato dallo Statuto dei Lavoratori.
Questo fatto, è un precedente, che non mi sorprende, ma certamente mi sconvolge.
Mi sconvolge perché conferma la volontà decisa, ferma, precisa e concisa, che esiste un disegno ben chiaro, intrapreso dall'armata Marchionne/Agnelli, seguito da altre miriadi di aziende, sfruttato dal Governo Monti, e perfezionato dalla sua condotta.
Forse non è consapevole della gravità del suo gesto.
O forse lo è.
In tal dilemma, che non spetta certamente al sottoscritto risolvere, voglio evidenziare che si colpisce la libertà del sindacato di far valere i propri diritti.
Giusti o sbagliati  che siano, non spetta a nessuno di noi giudicarlo.
Io sono giudice solo della mia persona.
Tali diritti esistono e devono essere esercitati.
Nessun ricatto, nessun atto di despotismo potrà ledere conquiste figlie anche di dure lotte sociali, pagate anche con il sangue di chi ha liberato tal paese dal fascismo.
Forse è vero.
Siamo presenti innanzi ad un nuovo fascismo.
Fascismo privato ed aziendale.
All'interno delle mura del capitale, è il capitale che deve dettare le regole del gioco.
Nessuna concertazione.
Nessuna concessione.
Solo imposizione.
Ovviamente, spero di errare, ma sinceramente nutro qualche dubbio.
In ogni caso e senza caso meglio un dubbio che la certezza autoritaria figlia del peggior sistema di potere.
Non so se mai Lei risponderà a questa riflessione, anche dura, ma consentita dal diritto di critica, certamente dovrà rispondere alla gente comune, certamente dovrà rispondere alla storia del diritto sindacale e del lavoro.

Distinti saluti,


Marco Barone

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