Il caso non figlio del caso Mario Schifano: quando l'incomprensibile diventa arte
Signore e signori, qui dobbiamo intenderci su un punto fondamentale: che cos'è, alla fine, un artista? È uno che ha fatto l'accademia? Uno che sa fare il chiaroscuro come si deve? Beh, se pensate questo, Mario Schifano vi avrebbe fatto saltare sulla sedia. Quest'uomo non aveva finito le scuole. Zero. Titoli di studio? Nessuno. Eppure, quest'uomo si metteva davanti alla tela e sprigionava una potenza di fuoco impressionante. Una produzione industriale, febbrile, quasi disumana: in una sola giornata era capace di sfornare centinaia di opere. Ma capite cosa significa? Centinaia! Erano sfuriate di colore puro, pennellate sfrenate, un’orgia di blu, di verdi, di gialli. Sperimentazioni continue che lasciarono a bocca aperta persino i mostri sacri d'oltreoceano. Pensate che un certo Andy Warhol arrivò a dire, con quella sua aria sorniona:
«Se non fossi Andy Warhol, vorrei essere Mario Schifano.»
Ora, i critici più severi – e ce n'erano eccome – dicevano, storcendo il naso: «Sì, va bene, ma Schifano non sa mica disegnare!». E sapete qual è la verità? Probabilmente avevano ragione! Probabilmente non sapeva tenere in mano una matita per fare un ritratto classico. Ma il punto è proprio questo, ed è qui che la storia dell'arte si fa meravigliosa: il mondo è pieno di geni che non sapevano disegnare, ma che hanno letteralmente ribaltato la nostra visione del mondo gettando il colore sulla tela, o aggredendola con degli scarabocchi. Schifano ha vissuto la vita a tremila all'ora, come una vera e propria pop star dell'arte italiana. Frequentava l'intelligenzia dell'epoca, era amico intimo di Alberto Moravia – che all'epoca era un candidato al Premio Nobel per la letteratura! Ma Schifano era così: prendere o lasciare. Un uomo che dettava le sue regole, fedele solo ai suoi modi di fare. Poteva starti simpatico, certo, o poteva starti profondamente sulle palle fin dal primo secondo. Non c'erano vie di mezzo con Mario. Era Mario. E poi, naturalmente, c'è il grande paradosso che si trascina dietro ancora oggi. Quel gigantesco e incredibile universo fatto di autentiche, perizie e falsi clamorosi. Diciamoci la verità: oggi, quando un collezionista si trova davanti a uno Schifano, la prima domanda che gli passa per la testa non è non è «che bello», ma: «Sarà vero o sarà un falso?». È diventato l'artista più falsificato della storia dell'arte! Perché le sue opere, all'apparenza, sono semplici da riprodurre, e perché il suo nome fa gola a un mercato spietato. Schifano fa business, Schifano fa danaro, Schifano fa girare i milioni. Resta un mistero profondo – e per certi versi affascinante – come sia possibile che queste tele abbiano raggiunto un valore commerciale così colossale, con aggiudicazioni d'asta che superano abbondantemente i 20 milioni di euro. E qui si entra puntualmente nel terreno scivoloso della solita, noiosissima banalità. La classica frase da bar: «Eh, ma questo lo sapeva dipingere anche un bambino!». Sì, certo, come no. Peccato che un bambino non lo abbia fatto. E, soprattutto, quel bambino non si chiamava Mario Schifano. Qui sta tutta la differenza del mondo. In quel suo universo ossessivo e compulsivo, Schifano viveva la sua dimensione sulla tela con una consapevolezza tragica e lucidissima: che quelle pennellate, quel caos di colori, erano l'unico modo per sopravvivere. Era la sua trincea contro una società di cannibali, un mondo spietato che alla fine, purtroppo, lo ha divorato molto prima del tempo. Ma quello che ha lasciato, nel bene o nel male, è storia.
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