Memoriale Brion: Il Tempio dell'Assoluto


Esistono luoghi che non si limitano a occupare uno spazio, ma lo creano per osare anche l'oltre della materia tra cinema e profezia, tra artificiale e sacro. E questo sito esiste, in un luogo tanto genuino quanto periferico, ma incredibilmente centro di quell'universo che saprà sorprendere come pochi manufatti e opere d'arte dell'ingegno umano  sono in grado di fare. Il Memoriale Brion.

Non è un caso che questa cattedrale di cemento sia diventata l'altare scenico di visioni futuristiche, dai mondi sabbiosi di Dune alle atmosfere iconiche de Le città di pianura. Qui, l’architettura compie l’impossibile: rendere tangibile l'assoluto. Laddove il cemento armato solitamente opprime, e sopprime, nell'opera di Scarpa  incredibilmente assume una funzione quasi poetica di elevazione verso il sublime.

Considerata il testamento spirituale di Carlo Scarpa — che non ne vide mai il compimento definitivo — l’opera richiese un decennio di gestazione. Mentre l'Italia attraversava l'oscurità del terrore Scarpa edificava una piccola isola di silenzio nella pianura veneta. Il Memoriale non è un monumento funebre, ma un collante universale: un ponte teso tra il visibile e l'invisibile, tra la pesantezza del materiale e l'etere dello spirito.

L’acqua, elemento primordiale, scivola con una delicatezza che trascende la realtà, scorrendo in un manufatto dove il tempo sembra essersi arreso.  Mura Inclinate, immaginifiche quinte prospettiche che obbligano lo sguardo a ignorare il presente e interrogarsi sul senso del proprio limite. Quello dell'essere umano che qui ritorna ad essere umano.  L'orizzonte dei colli Asolani. Una fuga visiva che conduce verso il mistero che non ha risposta ma mille perché, in un’esplosione di colori naturali che evoca l'impatto emotivo de L'Avvenimento di Edmondo BacciÈ un contrasto emotivo: dal grigiore monumentale, perfettamente astratto e armonioso, emerge una forza con delle sfumature cromatiche che non può non ricordare il Movimento di sogno di Kandinsky con la semplicità e bellezza del cerchio che libera via con una forza sorprendentemente trascendentale energia alla ricerca della perfezione nell'astrazione che qui è essenza. 

È come sbirciare in punta di piedi oltre il confine del mondo, cercando quella condensazione di colori che ipnotizzò l'eterna Peggy Guggenheim, la cacciatrice di talenti che sapeva riconoscere l'universale nel particolare. Nessuna fu come lei. La scenografia del Memoriale Brion è semplicemente irreplicabile nella sua complessità. Unica nel suo linguaggio simbolico. Irreversibile nella sua ostinata e magnifica sperimentalità.

È il luogo in cui il design smette di essere forma e diventa destino. Un luogo dove l'incompiuto diventa compiuto. Una sinfonia di vuoti e pieni che ricorda, con forza dirompente, che la bellezza e il mistero che si compiono attraverso l'arte, sono la vera risposta al senso del perduto, al proprio essere limitati, definiti, mortali,  è come essere  nell'Europa di Emilio Vedova che qui ha preso inconsapevolmente e paradossalmente vita nel Tempio dell'Assoluto.


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