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Ricordare a Soleschiano di Ronchi con una lapide i fatti tragici del '44

 

La memoria storica è di vitale importanza, specialmente nell'epoca attuale, dove frenesia, tecnologia, falso progresso, minano seriamente e profondamente ogni senso di consapevolezza. Soluzioni facili, brutali e rapide, per risolvere problemi che necessitano di soluzioni complesse, organiche e non fugaci. Ma la memoria è fondamentale anche per ricordare la storia locale, non smarrire la propria identità, ricordarsi delle radici storiche e culturali che hanno caratterizzato la vita di una località. A Ronchi certamente primeggiano lapidi e monumenti dedicati alla Resistenza, perchè questa è stata una pagina di vita fondamentale per questo centro importante della Bisiacaria. Il 6 marzo del 1949 verrà inaugurata la prima targa dedicata ai caduti partigiani, per la precisione a 10 caduti per la libertà dei popoli ed a 9 dispersi. Tale targa sorgerà a Selz, e verrà realizzata con il contributo dei famigliari dei caduti ricordati nella targa. Che diede luogo a quella vicenda passata come un "conflitto" alla Don Camillo e Peppone tutta nostrana. Una pagina che non verrà dimenticata quando quella targa, prossimamente, troverà una nuova collocazione. Così come vi sono fatti che più che essere dimenticati, non vengono ricordati pienamente a dovere. Come è noto presso il cimitero di Ronchi, a pochi passi dall'ossario dei morti per la nostra libertà, vi è un piccolo ma importante monumento, eretto il 29.10 del 1978, per volere della Repubblica socialista federale Jugoslava. Lì si può leggere: “Vjekoslav Andrijic Padu Borec Narodnoosvobodilne Vojne 1941/45 al combattente caduto nella guerra di liberazione nazionale”. Il quale risulterebbe essere stato ucciso il 28 gennaio del 1944 ed appartenente alla Brigata d'assalto Garibaldi Trieste. Noto come il Dalmato, fuggito dal campo di concentramento di Gonars. Vi sono altre testimonianze che spostano la sua morte ai primi di febbraio del '44. Cosa accadde in quel freddo inverno del '44? A Soleschiano? 

Una sera presso la famiglia Vanon vengono rintracciati tre partigiani e nel conflitto a fuoco viene ucciso Andrijic. Verso l'imbrunire del 24 febbraio circa, sempre del '44, dopo aver tagliato i fili del telefono nella villa della padrona, i partigiani la uccideranno, perchè accusata di aver avvisato i repubblichini della presenza dei partigiani e di essere confidente della GNR e prima di dileguarsi si recheranno dalla famiglia Gava affinché avvisassero i carabinieri dell'accaduto. Chiaradia  Franciska, poi italianizzato in Francesca Fanny Tomc nacque nel 1888 a Radovljica ex Jugoslavia. Nel 1938 si sposerà con Riccardo Chiaradia, nato nel 1856 a Caneva (PN).Nel 1939 Riccardo Chiaradia morirà, e da quel momento Francesca Tomc diventerà a tutti gli effetti " la padrona".Il giorno dopo l'uccisione della padrona, alle sei di mattina si presenteranno in piazza S. Tommaso di Soleschiano una ventina tra tedeschi e repubblichini e preleveranno tutti gli uomini casa per casa. Verranno poi portati nel cortile dell'amministrazione e poi in caserma a Ronchi ed il giorno dopo caricati sul camion, ammanettati, verranno condotti al Coroneo di Trieste". Stabile Carlo, Andrian Edi, Da Re Antonio, Fischanger Giacinto, Visintin Pino, Puntin Arturo, Puntin Miro, Zimolo Bruno, Gava Pietro, Vanon Evangelista, Masut Orlando, ed anche due pecorai, tutti abitanti in Soleschiano, saranno alcuni dei civili di Soleschiano che verranno deportati nei campi di lavoro forzati in Germania precisamente a Coburg presso una fabbrica di mattoni, ed in Austria in relazione a questo fatto.

Un tipico episodio da cortocircuito punitivo in modo vile nei confronti della resistenza che nella storia della seconda guerra mondiale in alcuni casi ha portato a stragi come l'eccidio delle fosse Ardeatine, in altri, ad una deportazione collettiva, come quella accaduta a Soleschiano. 


Quello che mi sento di proporre è che l'Amministrazione comunale di Ronchi dovrebbe valutare di collocare una targa in Soleschiano, per ricordare questi fatti, questi episodi, perchè la memoria possa continuare ad essere viva anche attraverso il freddo e duro marmo.


Marco Barone


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