Tra piazza Oberdan e il natale di Roma "ronchese": quando anche a Ronchi nel 1926 si gridava «Alalà» per Mussolini
Quando noi pensiamo a Ronchi, ci viene subito in mente una storia fieramente, visceralmente antifascista. Il contributo di questa terra alla Resistenza è stato enorme, drammatico. La Liberazione non è avvenuta il 25 aprile, ma il primo maggio del ’45, con quel grandioso corteo unitario di partigiani italiani e sloveni che sfilarono fino in piazza Oberdan, e la gente che scriveva sull'asfalto i messaggi di fraternità per i caduti sloveni ed italiani. Eppure la storia è sempre più complessa, più sfaccettata di come ce la raccontiamo. Perché se noi andiamo a scavare nel passato scopriamo che cent’anni fa una parte della popolazione alle cerimonie del regime ci andava eccome. Il 1926. Quello è un anno pazzesco, un anno di svolta, in cui il fascismo stringe la presa sull'Italia e Mussolini rischia la pelle un giorno sì e l'altro pure. A febbraio, al Teatro Eden della vicina Monfalcone, c'è il "veglionissimo" delle Camicie Nere, ed è pieno di donne fasciste festanti provenienti anche da Ronchi. Ma il vero termometro di quello che succede lo abbiamo ad aprile. Il 7 aprile 1926, a Roma, Mussolini esce dal Campidoglio dopo un congresso di chirurgia. Tra la folla c'è una signora irlandese, aristocratica, un po' squilibrata, che si chiama Violet Gibson. Questa tira fuori una pistola e gli spara! Lo prende di striscio, al naso. Apriti cielo! Il giorno dopo a Ronchi il Fascio e il Municipio chiamano a raccolta la gente in piazza Oberdan: chiedono di illuminare le finestre delle case, arrivano ben due bande musicali che intonano gli inni patriottici, e parte persino un corteo festante fino a Vermegliano per celebrare lo scampato pericolo del Duce. Questo meccanismo si ripete ogni singola volta! È una vera e propria liturgia della fedeltà voluta dal fascismo. L'11 settembre 1926: Altro attentato, altre piazze mobilitate, con Gabriele D’Annunzio che manda i suoi saluti rievocando la marcia su Fiume — quella da cui Ronchi prenderà sotto il fascismo poi il nome "dei Legionari". Il 31 ottobre 1926: A Bologna, durante le celebrazioni della Marcia su Roma, un ragazzino di quindici anni, Anteo Zamboni, spara a Mussolini. Il proiettile gli buca la giacca, gli sfiora il petto (e il povero Zamboni viene linciato sul posto dalla folla). A Ronchi? Stesso identico copione: acclamazioni, chiaramente il tutto organizzato dal locale PNF. Ma l'apice lo si raggiunse con le celebrazioni del "Natale di Roma". La macchina scenografica funzionava così: alle sette del mattino la banda musicale di Ronchi sfilava già per le strade suonando Giovinezza, mentre le case si riempivano di bandiere tricolori. Più tardi, adunata generale in piazza: la Milizia, le autorità, le associazioni locali, i bambini delle scuole tutti in ordinanza. Poi si partiva in corteo fino alla vecchia caserma dei Carabinieri, dove il parroco e il podestà consegnavano solennemente la bandiera da esporre. E infine la tipica scena, il grido collettivo a chiudere la giornata:«Eia, eia, alalà!» per Mussolini. Insomma, anche Ronchi ha avuto queste contaminazioni da cui comunque ne è uscita anche se ad un prezzo altissimo, a testa alta.
mb
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