Il Niente Sovrano e la Trincea della Bellezza
Viviamo nel crepuscolo delle grandi ideologie, in un millennio dove la globalizzazione ha cannibalizzato il pensiero, portando il consumismo alla sua ennesima, feroce potenza. Da un lato assistiamo al boom osceno e indomabile delle diseguaglianze sociali; dall'altro, l'arte contemporanea vaga come un fantasma, interrogandosi sul proprio senso dentro una società sbandata, cieca, che consuma l'esistenza alla giornata. Questa non è anarchia creativa: è il trionfo del vuoto assoluto. Un nichilismo sistematico che annichilisce ogni visione prospettica. L'ossessione dell'originalità a tutti i costi ha prosciugato le sorgenti della creatività differente, e l'arte, drammaticamente, si è adeguata. Si è sottomessa, facendosi merce tra le merci, un feticcio speculativo il cui unico scopo è alimentare i flussi del capitale.
Una banana brutalmente inchiodata a una parete bianca con del nastro adesivo è diventata il monumento all'impostura, la più colossale e spettacolare presa in giro della nostra epoca. È lo spregio definitivo all'essenza stessa del fare arte, il disprezzo più aristocratico del valore del denaro. I simboli pesano come macigni, e l'arte oggi si compiace nel giostrarsi, con cinica eleganza, dentro i detriti di un mondo letteralmente fottuto.
Eppure, proprio nel cuore di questa devastazione materiale e spirituale, accade il miracolo.
La Resistenza dei Maestri
Tra le crepe del sistema finanziario della cultura, sopravvive un'energia primordiale. L'arte continua a scardinare le porte della mente attraverso la carne e la memoria dei suoi interpreti:
Mario Schifano: Con le sue gigantografie pop, sospese tra il documentario e l'allucinazione.
Valerio Adami: Con la precisione chirurgica e tagliente dei suoi colori campiti.
Emilio Vedova: Con la violenza catartica della sua pittura informe e dispersa.
Giosetta Fioroni: Con la grazia argentea ed elegante dei suoi sguardi malinconici.
Lucio Fontana e Roberto Crippa: Con i loro squarci spazialisti che hanno spalancato l'ignoto oltre la prigione della tela.
Cy Twombly: Con la sacralità e la purezza mitica del suo vuoto.
Qui l'infinitamente piccolo si ribalta nell'infinitamente grande. Un singolo, isolato puntino sulla tela si espande fino a diventare un universo sconosciuto. Un tratto a matita, apparentemente elementare, simile a quello che traccerebbe la mano ingenua di un bambino, si trasfigura nel capolavoro dei nostri tempi.
Certo, le regole del gioco sono spietate: è il peso del nome, il privilegio di appartenere alla cerchia giusta nel momento perfetto, a decidere il destino di un'opera. È il mercato a decretare se una tela debba finire sotto i riflettori di un'asta milionaria o restare dimenticata in una cantina impolverata, divorata dal silenzio e dalle ragnatele del tempo.
Ma oltre il cinismo del sistema, resta l'esperienza estetica pura. Quel dipinto diventa lo specchio in cui perdersi per non ritrovarsi più, il luogo sacro in cui naufragare per costringerci a gridare le domande sul senso del nostro tempo. E questa dinamica, questo sussulto di coscienza, è già un atto di rivoluzione. Una vittoria immensa e disperata contro il dominio del niente sovrano.
mb

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