L'Atelier del Silenzio: storia incredibile di Afro, di un castello e della rinascita del Friuli

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      Dimenticatevi il solito castello medievale. Niente pietre fredde, niente polvere. No, qui stiamo parlando di una fortezza viva, spalancata sul mondo! Immaginatevi quest'uomo, Afro, immerso in quel verde friulano così prorompente. E lui che cosa fa? Lo prende e lo reinterpreta a modo suo, lo trasforma in quell'astrattismo pazzesco che lo renderà uno degli artisti italiani più celebri al mondo nel suo tempo. E guardate che c'è un parallelo fantastico! Pensate a Cy Twombly che si rinchiude nella sua fortezza a Bassano in Teverina, immerso nello splendore dell'accoglienza dei Franchetti... Ebbene, Afro vede questa cosa e segue esattamente quelle orme. Questo castello, sia chiaro, non riesce a comprarlo! Anche se era nei suoi desideri. Ma non si perde d'animo: se lo prende in affitto per anni e lo trasforma nel suo laboratorio creativo, nel suo rifugio d'arte. E allora la mostra “Afro al Castello di Prampero: l'Atelier del Silenzio (1961-1976)” ... non pote...

A Trieste si è rotto il tabù.Centinaia di persone in piazza contro il revisionismo di Stato nel giorno del Ricordo


Ti fermi sotto il porticato di Piazza Oberdan e sollevi lo sguardo verso quella corona che in lontananza sembra plastificata. La guardi. Si pone nel bel mezzo di due targhe. Una di queste ricorda cosa è accaduto in quel luogo. "Nei venti mesi dell'occupazione tedesca questo edificio fu sede delle SS. A perenne ricordo delle vittime"

Ma in questa giornata dominata dalla foschia, la nebbia invade la memoria storica, quella di Stato. Nel giorno del Ricordo, delle più complesse vicende del confine orientale, si ricorda solo ciò che si vuole ricordare e come lo si vuole ricordare. Meglio perdersi nella retorica di stato della sciagura nazionale pensando alle pur drammatiche vicende delle foibe, dell'esodo, che alla reale sciagura nazionale determinata da oltre vent'anni di fascismo che poi in gran parte sarà causa di quella "sciagura nazionale" che si vuole ricordare in questo giorno. Un cortocircuito di ricordo e non ricordo.
No. No se pol ricordare che in piazza Oberdan di Trieste vennero torturate centinaia di persone.
Percorri pochi passi e decidi di fare quello che fino a quel giorno non avevi ancora osato fare. Entrare dentro il Conservatorio Tartini di Trieste. Una targa posta all'esterno, non di facile lettura a causa dell'altezza e del suo posizionamento, ricorda ciò che avvenne. Entrato dentro quel palazzo, ammiri la bellezza dell'atrio, delle scalinate che conducono ai piani superiori. Luminose, barocche. Ma quando le tocchi in quel momento provi una sensazione di dolore. Lì impiccarono 51 prigionieri politici, erano italiani, sloveni, croati. Chiedi se c'è qualche targa interna che ricordi, racconti, cosa in quelle scalinate avvenne nell'aprile del'44. No, risponde una signora, con gentilezza. Niente, conclude. Scendi le scale, toccando il passamano. Dai una sbirciatina verso il basso, e nella mente hai raffigurata quella fotografia che ritraeva gli impiccati. Erano proprio lì. C'erano anche delle donne, anche dei giovanissimi. C'erano delle persone. Oggi, scorre la vita su quelle scalinate. Spensieratezza, come è giusto che sia, anche se è stato un luogo di morte. Che andrebbe ricordato a dovere.

Esci dal palazzo, e pensi. No. In questa giornata non verrà ricordata questa sciagura. Anzi, è mai stato definito da parte di qualche Presidente della Repubblica una sciagura nazionale quanto accaduto a Trieste per mano dei fascisti? Dei nazisti? No. 
E di altri luoghi da raccontare a Trieste ve ne sono. Tanti, troppi. Il Narodni Dom, il poligono di Opicina, la Risiera, il Silos, la stazione dei treni che attende ancora il riconoscimento del suo "binario 21" e si può continuare. Non c'è forse un solo luogo della città che non abbia conosciuto violenze immani da parte del nazifascismo. 
In giornata degli striscioni vergognosi di forze politiche fasciste che a livello elettorale sono state un fallimento, ma che sono radicate nei territori, un pò ovunque, hanno infamato la memoria dei partigiani colpendo luoghi sloveni. Folclore del terzo millennio, per qualcuno. La destinazione era piazza della Borsa. Arrivi una mezz'oretta in anticipo rispetto a quanto programmato.  Sul momento è mezza vuota, a parte un buon dispiegamento di forze dell'ordine. Arrivate le 18 succede quello che era forse inatteso, con questi numeri.  Vista la censura, salvo qualche rarissimo caso. Centinaia di persone in piazza della Borsa. Luogo simbolo del nazionalismo italiano da quando è stata inaugurata la statua di D'Annunzio che con il suo antislavismo ha anticipato il fascismo di confine orientale. Ci saranno vari interventi e tra quelli che colpiranno di più saranno quelli di due ragazze della minoranza slovena.
Raccontano che sta ritornando il fascismo, il razzismo contro gli sloveni. Che pur essendo di Trieste, vengono trattate come se fossero estranee. Ti sembra di fare un salto clamoroso indietro nel tempo. In una città che ha radici slave, latine e germaniche. Alla fine mancano solo due anni al centenario della Marcia su Roma ti dirà un compagno. Già. Cent'anni e siamo punto e daccapo. Ma una cosa importante è successa. Come ti dirà un caro amico. Siamo un fiume carsico. Ci siamo. Ed oggi abbiamo rotto un tabù nella città dove è nato il revisionismo storico nazionalista di stato. Trieste. Trst.

mb

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