Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Quel crimine compiuto dall'Europa e dalla NATO, raccontato nel cielo sopra Belgrado. Uno schiaffo alle nostre coscienze





Il racconto di Tijana M. Djerkovie, è duro.   
Si definiva come jugoslava, ma di origine serba, perchè la Jugoslavia aveva avuto la forza di mettere assieme tutti i pezzi del vaso balcanico, frantumato volutamente da chi non voleva alle porte della nascente Unione Europea, un Paese così forte, così socialista, come poteva essere la Jugoslavia. La cui dissoluzione iniziò dal giorno dopo la morte di Tito.
Emerge con forza e con un cazzotto potente e ben mirato alle nostre coscienze quell'atto criminale e deliberato della NATO  che per 78 giorni riempì di bombe Belgrado. Dal 24 marzo del 1999 sino al 10 giugno. C'è chi parla di 2500 vittime civili, chi di centinaia, in ogni caso troppe, ed i problemi continuano ancora oggi a causa delle denunce relativo all'utilizzo di uranio impoverito. 
Un crimine rimosso frettolosamente dall'Europa, che con una ritualità vergognosa ripete che da 70anni a questa parte siamo in pace, come se la Jugoslavia non fosse Europa, e non fosse stata bombardata da Paesi europei a partire dall'Italia. Ed i bombardamenti italiani sono quelli che hanno scioccato forse più di tutti gli altri i serbi. Perchè consideravano l'Italia un Paese amico, nonostante quanto accadde nel metà '900, ma grazie alla Resistenza le cose cambiarono, presero una piega diversa. Ed in un colpo solo, l'Italia, senza alcuna dichiarazione di guerra,  senza alcun atto "legale" riconosciuto a livello internazionale con le proprie basi e di propri aerei prese attivamente parte a quell'atto ritenuto come un crimine. Ingiustificabile. Davide, contro Golia. E non poteva finire come finì. In tragedia. Distruzione. Un libro che ti fa entrare nella dimensione di quella guerra, in una Jugoslavia martoriata.
" E' aprile. A Belgrado è esplosa la primavera di un verde giovane, intriso di vita, fradicio di profumi e di sole, a dispetto delle bombe umanitarie. (...)Dopo dieci anni scanditi da bugie, guerre massacri , pulizia etnica, morte, eccomi attraverso quello che era il Paese dove sono nata." 

Così Tijana nel suo primo rientro in Jugoslavia, dopo tempo. In una Belgrado bombardata. Con l'angoscia dei propri famigliari in città, degli amici, di dover alzare la cornetta avvisando mentre dall'Italia si vedevano partire gli aerei, il suono della sirena, puntuale, che per quasi tre mesi, era diventato l'incubo ordinario per i cittadini di Belgrado. Che non avevano alcuna colpa. Il rumore delle bombe, degli aerei sopra la tua testa. Chiudevi gli occhi e speravi che non ti colpissero quelle bombe "umanitarie". Come colpirono ad esempio l'ambasciata cinese. Un triangolo di fuoco pazzesco, una piccola metropoli bombardata nell'Europa continentale, come non accadeva dai tempi della seconda guerra mondiale. Un Paese che ha cercato di resistere come ha potuto, come racconta Tijana nel suo grido di rabbia e indignazione, come le bancarelle di libri venduti nel centro di Belgrado, perchè la cultura è sempre stata l'arma della forza di Belgrado, in un Paese che abbondava di "fratellanza e unità" anche in eccesso per poi sgretolarsi in tanti piccoli frammenti individualisti, rendendolo più debole e preda di chi ne voleva la fine di quella Jugoslavia, passando dal male oscuro di tutti i tempi, il nazionalismo con il colpo mortale sferrato dalle bombe "umanitarie" dell'Europa e della NATO  in un crimine dimenticato dai più. Ma che non va dimenticato. Che non si può dimenticare, come evidenzia a gran forza Tijana.

mb

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