Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

L'Italia che rialza la testa da Torino a Catanzaro

Aljazeera riporta la notizia, a commento dell'aggressione vergognosa subita da una famiglia rom nella periferia romana per l'assegnazione di una casa, fatto che ricorda quanto sta accadendo ultimamente in Bulgaria, dove è partita una vera caccia ai rom, che "secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero dei crimini di odio è triplicato dal 2017 al 2018" da quanto in Italia esiste il governo gialloverde. 
D'altronde se hai un ministro dell'Interno che scrive che gli unici nomadi che gli piacciono sono il gruppo musicale, dopo quanto accaduto a Roma, di che stupirsi? In qualsiasi Paese civile si sarebbe dimesso, perchè costretto da un Paese coscienzioso della gravità di quanto successo. Ma noi siamo in Italia. Dove i fascismi sono stati sdoganati,  un Paese senza Norimberga, ma dove anche chi fino all'altro ieri credeva che il ritorno del fascismo, pur con gli adattamenti ovvi di questo secolo, fosse quasi cosa impossibile, inizia a cambiare idea. L'odio è ovunque, diffuso. E viene praticato. Non è solo più verbale. Ipotetico. Teorico. E' reale.  Le ragioni sono plurime, le cause anche. Ma c'è l'Italia che resiste, che alza la tesa. Come a Torino, dove si son buttati alla fine i fascisti fuori dal salone del libro. La democrazia non è pensata per dare spazio a chi vuole la fine della democrazia e di quei valori che la costituiscono, come libertà, uguaglianza e fratellanza. Come a Catanzaro, una città che si è ribellata con quegli striscioni che vennero rimossi a Salerno, colpendo proprio con gli striscioni.  Torino e Catanzaro. Due punte estreme, simbolicamente importanti. Perchè i calabresi che partirono per andare a lavorare alla FIAT, ne vissero di cotte e di crude, superarono il razzismo, lo sconfissero insieme ai torinesi che non si ritrovavano nel razzismo. Due punte estreme, due fari simbolici di una Italia che da nord a sud, da est a ovest inizia a dire, anche no!
Insomma, l'Italia che rialza la testa c'è. La strada da percorrere è lunga, saranno anni difficili, complessi, da guerra civile in materia di diritti e sociale, ma chi vuol riportare il Paese indietro nel ventennio del secolo breve, non avrà vita facile. E fallirà. Tutti i fronti sono importanti, da quello culturale, a quello storico, da quello politico, a quello sociale, per riconquistare quella bellezza, quella vitalità, quella solidarietà, che è stata deturpata nel nostro Paese da tempo.

mb

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