Chi decide cos'è un capolavoro? Arte, denaro, passione e la lezione della Storia

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  Se ci guardiamo intorno oggi, c'è una sensazione quasi paradossale: in questo mondo ci sono forse più scrittori che libri, più poeti che poesie, più artisti che quadri! Tutti che creano, tutti che producono! Ma la vera domanda — e qui c'è il nocciolo della questione — è: chi è che decide che cos'è davvero un'opera d'arte?  Eh, la risposta è semplicissima, la storia ce lo insegna benissimo! È quello che un tempo avremmo chiamato il mondo della grande borghesia. Quell'uno percento della popolazione che detiene una ricchezza spropositata e che, a un certo punto, cosa fa? Si china, si mescola con l'umiltà del mondo, va a cercare l'artista squattrinato per fare una cosa ben precisa: capitalizzare l'arte . Non c'è nulla di scandaloso! Sia chiaro, è una constatazione quasi banale, fisiologica. Sono due mondi completamente diversi che però diventano assolutamente complementari: l'uno ha bisogno dell'altro. L'artista ha bisogno del mecenate ...

Dai 10mila di Trieste un segnale potente per tutta l'Italia: ribellarsi ai fascismi e razzismi, ora o mai più




Trieste non è solo di chi la vive, ma anche di chi la ama. Ed il 3 novembre ha vissuto un profondo atto d'amore, per chi conosce la sua storia, le sue sofferenze, i suoi drammi ed il suo riscatto. 10 mila anime e corpi, voci e respiri, pluralità triestine e non hanno detto una cosa semplice, in tante lingue, italiano, sloveno, inglese, che nel ventunesimo secolo non c'è più spazio per il fascismo, di ieri e di oggi. Potevano essere più di dieci mila i manifestanti, se il corteo avesse avuto la possibilità di muoversi in zone più centrali, se la città non fosse stata blindata in stile G8. I centenari, alcuni centenari, lo si sapeva che sarebbero stati punti di richiamo per neofascisti e nazionalisti. Come quello del centenario della fine della prima guerra mondiale. Per quel 4 novembre dove l'unica cosa da celebrare sarebbe solo la fine della guerra, che era l'unica cosa che interessava al 99% dei soldati e della popolazione. Diventare soldato significava, allora, avere già una condanna a morte dichiarata. Cosa che è stata  ricordata nella manifestazione concomitante antimilitarista di Gorizia. Senza quella guerra non ci sarebbe stato il fascismo, che ha avuto il suo impulso attraverso la marcia su Fiume, per poi consolidarsi con quella su Roma che i reali non bloccarono pur avendone facoltà e potere. In Italia, come nel resto del mondo, grazie alla situazione economica e sociale disastrata dovuta al solito capitalismo, ritornano i venti del fascismo.
E' stato sdoganato. Anzi, in Italia, non è mai stato realmente sconfitto. Dopo la fine della guerra è stato "democratizzato" in un corto circuito contraddittorio pazzesco. E l'Europa si è svegliata tardi. Sarà di ottobre 2018 una risoluzione, che non ha alcun valore giuridico, con cui si impegna la stessa ad intervenire con fermezza per contrastare ciò, quando la stessa Europa si è relazionata con governi canaglia e fascisti come quello dell'attuale Turchia o mantenuto rapporti con quell'Egitto che ha massacrato Giulio Regeni,  un suo cittadino, ad esempio, o non contrastato i fascismi e nazismi a dovere favorendone la democratizzazione.
La libertà di pensiero non può essere per tutti, è una tutela della democrazia bloccare alla radice razzismi e fascismi, la troppa tolleranza ha consentito il ritorno di questi venti. E da Trieste è arrivato un segnale chiaro per tutta l'Italia.
Non si devono concedere più spazi e dimensioni a razzismi e fascismi e nazismi, di ieri e di oggi, qualsiasi siano le forme. E chi ciò lo consente se riveste ruoli istituzionali dovrà rassegnare le dimissioni. Il tempo a disposizione è poco. Ora o mai più, la democrazia ancora ha gli strumenti per auto-tutelarsi. L'Italia deve avere la forza di chiudere i conti con il proprio passato pretendendo una Norimberga anche storica.
I mea culpa sono fondamentali per sradicare ciò che è stato legittimato sino a ieri, dalle istituzioni, a Trieste. Pur avendo contro quasi una città intera.

Marco Barone

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