Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Dai 10mila di Trieste un segnale potente per tutta l'Italia: ribellarsi ai fascismi e razzismi, ora o mai più




Trieste non è solo di chi la vive, ma anche di chi la ama. Ed il 3 novembre ha vissuto un profondo atto d'amore, per chi conosce la sua storia, le sue sofferenze, i suoi drammi ed il suo riscatto. 10 mila anime e corpi, voci e respiri, pluralità triestine e non hanno detto una cosa semplice, in tante lingue, italiano, sloveno, inglese, che nel ventunesimo secolo non c'è più spazio per il fascismo, di ieri e di oggi. Potevano essere più di dieci mila i manifestanti, se il corteo avesse avuto la possibilità di muoversi in zone più centrali, se la città non fosse stata blindata in stile G8. I centenari, alcuni centenari, lo si sapeva che sarebbero stati punti di richiamo per neofascisti e nazionalisti. Come quello del centenario della fine della prima guerra mondiale. Per quel 4 novembre dove l'unica cosa da celebrare sarebbe solo la fine della guerra, che era l'unica cosa che interessava al 99% dei soldati e della popolazione. Diventare soldato significava, allora, avere già una condanna a morte dichiarata. Cosa che è stata  ricordata nella manifestazione concomitante antimilitarista di Gorizia. Senza quella guerra non ci sarebbe stato il fascismo, che ha avuto il suo impulso attraverso la marcia su Fiume, per poi consolidarsi con quella su Roma che i reali non bloccarono pur avendone facoltà e potere. In Italia, come nel resto del mondo, grazie alla situazione economica e sociale disastrata dovuta al solito capitalismo, ritornano i venti del fascismo.
E' stato sdoganato. Anzi, in Italia, non è mai stato realmente sconfitto. Dopo la fine della guerra è stato "democratizzato" in un corto circuito contraddittorio pazzesco. E l'Europa si è svegliata tardi. Sarà di ottobre 2018 una risoluzione, che non ha alcun valore giuridico, con cui si impegna la stessa ad intervenire con fermezza per contrastare ciò, quando la stessa Europa si è relazionata con governi canaglia e fascisti come quello dell'attuale Turchia o mantenuto rapporti con quell'Egitto che ha massacrato Giulio Regeni,  un suo cittadino, ad esempio, o non contrastato i fascismi e nazismi a dovere favorendone la democratizzazione.
La libertà di pensiero non può essere per tutti, è una tutela della democrazia bloccare alla radice razzismi e fascismi, la troppa tolleranza ha consentito il ritorno di questi venti. E da Trieste è arrivato un segnale chiaro per tutta l'Italia.
Non si devono concedere più spazi e dimensioni a razzismi e fascismi e nazismi, di ieri e di oggi, qualsiasi siano le forme. E chi ciò lo consente se riveste ruoli istituzionali dovrà rassegnare le dimissioni. Il tempo a disposizione è poco. Ora o mai più, la democrazia ancora ha gli strumenti per auto-tutelarsi. L'Italia deve avere la forza di chiudere i conti con il proprio passato pretendendo una Norimberga anche storica.
I mea culpa sono fondamentali per sradicare ciò che è stato legittimato sino a ieri, dalle istituzioni, a Trieste. Pur avendo contro quasi una città intera.

Marco Barone

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