Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Dai manifesti censurati di Trieste, al no se pol Avvenire e Manifesto nella biblioteca di Monfalcone


Gesù forse direbbe: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. E Marx probabilmente evidenzierebbe che gli uomini fanno la propria storia. E la storia che si sta scrivendo in questi anni nella Venezia Giulia tra Trieste e Monfalcone, è una storia deprimente se non ridicola. E non sempre si ha il coraggio di riconoscere l'onestà del proprio intento, a volte si preferisce ricorrere alla dialettica che vorrebbe ribaltare la frittata, ma la frittata rimarrà sempre frittata, da qualsiasi parte tu la voglia ribaltare e come tu la voglia chiamare. La frittata della censura si è scagliata su Trieste, a partire dalla rimozione dello striscione per la verità per Giulio Regeni dal palazzo "sipario" del Municipio di Piazza dell'Unità.  Venne come risposta collocato dalla Regione del FVG, ad oggi continua a resistere, non si sa quanto per ancora.  Nella Trieste, città del mare, da una linea nacque una portacontainers ricca di merce da distribuire in più porti, da Oslo, a Londra, da Sydney a Mombasa. Merce per il mondo, merce nel mondo. Il disegno di Guarino sui muri di Trieste è noto.

Qualche anno dopo, anno 2018, da una nota artista, Marina Abramovic, viene realizzato un manifesto, semplice, banale, immediato, ma potente a livello comunicativo. Come il disegno Da Trieste per i porti del mondo di Guarino. Per i 50 anni della Barcolana. Che anno dopo anno diventa sempre più attrattiva e interessante e si fa conoscere sempre di più oltre i confini nazionali. Siamo tutti nella stessa barca, diceva il messaggio. Ed il contesto era semplicemente di natura ambientalista. Qualcuno è stato disturbato da quel manifesto, perchè ha pensato ad una campagna politica contro il governo sulla questione dei migranti, una sorta di denuncia sul modo vergognoso di come l'Italia si è comportata verso i migranti costretti a rimanere in balia del mare per giorni e giorni, pur essendo il nostro il porto più vicino. Censurato. A Trieste non verrà diffuso pubblicamente, altrove sì, ma non a Trieste per la Barcolana. In un solo colpo si è reso quel manifesto famoso ed è diventato un simbolo per un qualcosa per cui non era proprio stato concepito e pensato. Se invece di parlare di persone, si fosse parlato semplicemente di merce, come nel disegno di Guarino, le reazioni probabilmente sarebbero state diverse.  Senso di fastidio, mancata condivisione, moderatamente o meno, il segnale della forbice della censura arriva.  Così è stato per la locandina che pubblicizzava un lavoro durato mesi, di alcuni ragazzi e ragazze del Liceo Petrarca di Trieste  per una mostra dal titolo "razzismo in cattedra", che è saltata nella sua prima a causa di una locandina che altro non ha fatto che sbattere, poi in modo neanche tanto "forte" a dirla tutta, la verità storica in faccia. Non è questo lo spirito di Trieste, almeno quello di questo secolo e quello in cui credono le nuove generazioni che vogliono condividere  internazionalismo, solidarietà, fratellanza e cittadinanza nel mondo andando oltre ogni confine e frontiera.

A circa 30km da Trieste, a Monfalcone, fino al 1947 in provincia di Trieste, poi in provincia di Gorizia, dove è in corso quella che pare avere i connotati propri della politica della gentrificazione che ha lo scopo di trasformare il centro in una sorta enclave esclusive, che passa per varie tappe, dal recintare con un cancello in ferro una piazza, tra l'altro dedicata ad un partigiano, ad ordinanze note come la "birra calda" ad incentivare nelle scuole cittadine le iscrizioni degli studenti italofoni ponendo un tetto per i bambini stranieri, tramite la scusante della "spesa", si è andati a colpire il quotidiano Avvenire ed il quotidiano il Manifesto.
Piazza Montes a Monfalcone "blindata" contro il degrado


In città si scese anche in piazza per protestare contro tale indirizzo leghista assunto da chi ora governa la cittadina bisiaca. Come ricorda il Piccolo, questi due quotidiani non vennero più diffusi in biblioteca perchè si era in presenza di «un costo troppo oneroso rispetto al ristretto numero dei lettori».


I cittadini si mobilitarono e per affrontare la questione del costo, fecero una colletta, raggiungendo la somma necessaria per acquistare i due giornali, stipulando accordo con l'edicolante di riferimento per fare pervenire questi due quotidiani alla biblioteca cittadina.



Ma, perchè a Monfalcone un ma ci deve essere sempre, non essendo gli abbonamenti stati concordati con il Comune in biblioteca i due quotidiani "bannati" non potevano metterci piede praticamente. E pare che siano stati dirottati in casa di riposo. Ma anche qui hanno avuto per ragioni organizzative vita breve da come si apprende dalla stampa locale.
Marco Barone

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