Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Servirà una rivoluzione culturale per ritornare ad una scuola pubblica



Ogni anno la scuola inizia sempre sotto non più uno ma mille tormentoni, sempre gli stessi. Sicurezza, precariato, carenza di dirigenti, questione stipendi, mancanza di risorse. Ma quello che realmente manca al Paese è una visione condivisa della scuola, scuola che deve diventare interesse strategico nazionale. Come lo sono diventate, malgrado tutto, alcune opere pubbliche, non si vede perchè non debba esserlo la scuola. Sicuramente non tramite i processi che hanno portato alla "buona scuola" la peggiore legge di sempre in materia d'Istruzione, osteggiata, consapevolmente, da oltre l'80% del personale della scuola e dalla quasi totalità della comunità scolastica. Perchè la scuola azienda non la vuole nessuno. La scuola di oggi vede la libertà d'insegnamento essere andata a farsi friggere, avere come priorità un cliente contento, perchè si è introdotto il concetto di clientela, i docenti son diventati semplici impiegati pubblici che hanno perso ogni autorevolezza, pur essendo anche nell'esercizio delle loro funzioni pubblici ufficiali. Una scuola dove si continua a ridimensionare tutto, spazi, luoghi, democrazia, anziché correre nella direzione di dover innalzare l'obbligo scolastico,in un Paese fermo mediamente alla terza media, si continuano a seguire modelli che vogliono l'uscita dal mondo della scuola il prima possibile. Un Paese ignorante è un Paese succube di una società sempre più vorace, sarà un pasto perfetto. La nostra forza erano soprattutto le materie umanistiche, la nostra cultura è quella. Oggi si è schiantata, a partire da ciò che rappresenta il sistema Invalsi che con forza condiziona didattica e valutazione delle scuole, a favore di materie più tecniche. Saper fare i conti, saper parlare l'inglese, standardizzando il tutto e tanti saluti alla formazione classica che ha reso l'Italia quello che è stata, con poeti, scrittori, artisti invidiati da tutto il mondo. Oggi c'è il vuoto totale e la scuola ne è responsabile. Non stiamo parlando di un banale contenitore dove mettere persone a cui far passare il tempo, consegnare un pezzo di carta per spedirli diritti diritti nel mondo del precariato lavorativo. Ma di un luogo dove formare conoscenze. La strada è tracciata, ed è drammatica. Servirà una rivoluzione culturale pari a quella del '68 o anche del '77 per ritornare ad una scuola pubblica degna di questo nome. Due rivoluzioni diverse, che hanno riguardato, diritti, e costumi, ma che hanno interessato in modo impattante la scuola a partire dalla sua democratizzazione dove l'idea di un dirigente manager era inconcepibile, dove l'idea della gerarchia era risibile, dove l'idea della competizione tra scuole era non pensabile, eppure...

Marco Barone

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