Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio e il caso dell'intitolazione delle vie nell'attesa dell'accertamento della giustizia

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Memoria, giustizia e toponomastica: il caso Giulio Regeni a dieci anni dalla scomparsa Il decennale del sequestro e dell'omicidio di Stato di Giulio Regeni rappresenta un tragico spartiacque temporale. Dieci anni costituiscono un tempo sufficientemente lungo per storicizzare un evento, ma dolorosamente insufficiente a lenire una ferita ancora aperta. Nonostante un contesto geopolitico globale sempre più frammentato e complesso, il percorso giudiziario si trova oggi a un punto di svolta: l'evidenza dei fatti emersi finora sfida apertamente i tentativi di insabbiamento e la retorica della post-verità. Il nodo politico e giudiziario Sotto il profilo analitico, i funzionari egiziani imputati nel processo non vanno considerati come elementi isolati, bensì come l'espressione strutturale degli apparati di sicurezza della dittatura di Al-Sisi. In quest'ottica, l'attesa sentenza italiana assume un duplice valore: Penale: accertare le responsabilità individuali dei soggetti ...

Se una maestra di Monfacone chiede: "Che senso ha allora parlare di nazione e di Patria?"

"Ci siamo accorte però che nelle nostre sezioni avviene una discriminazione al contrario, viene meno la trasmissione della nostra cultura e dei nostri valori. Che senso ha allora parlare di nazione e di Patria? Ben venga l'integrazione, chi porta una cultura diversa arricchisce tutti ma solo se la nostra identità è forte e rappresentata." Queste  alcune delle parole di una maestra della scuola dell'infanzia di Monfalcone intervenuta, nello spazio lettere del Piccolo di Trieste, sulla questione del tetto per gli studenti stranieri in città. Il testo dell'accordo è noto che ha come obiettivo primario quello di "incentivare le iscrizioni a Monfalcone in particolare da parte delle famiglie italofone". E ci si domanda come è possibile che dei rappresentanti della scuola pubblica abbiano potuto sottoscrivere un simile testo. Il resto che ne deriva, a partire dalle fantomatiche percentuali, alle classi ponte considerate da tanti come classi ghetto sono solo una conseguenza di quello scopo primario. Un concetto incredibile quello di voler incentivare le iscrizioni delle famiglie italofone. Soprattutto per una regione piccola e complessa come il FVG che ha conosciuto e vissuto nel '900 una storia che si è rivelata essere unica, per la sua drammaticità, nel panorama occidentale europeo che dovrebbe aver lasciato qualche minimo insegnamento. Ritornando alla domanda della maestra, che senso ha parlare di patria e nazione? Piacerebbe sinceramente capire quale sia il nesso di patria e nazione con la questione dei bambini stranieri alla scuola dell'infanzia ed i "valori" che andrebbero insegnati nella stessa scuola. Come quello della "nostra" identità. Che dovrebbe essere forte e rappresentata a detta della maestra. Cosa si intende per nostra identità? Cosa si intende per forte? In una regione come quella del Friuli Venezia Giulia, poi? E cosa c'entra tutto ciò con il lavoro alla scuola dell'infanzia?

Marco Barone

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