I simboli rubati di Monfalcone: la campana del Vate e il feretro conteso di Enrico Toti

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  Diciamolo pure, c’è un dettaglio affascinante e al tempo stesso quasi tragicomico quando si guarda alla storia di Monfalcone, questa città che a un certo punto si ritrova letteralmente spogliata dei suoi simboli. E sono due vicende straordinarie, legate a quel clima incandescentissimo del nazionalismo italiano. Da una parte c'è Gabriele D’Annunzio. Nel 1919, mentre i suoi legionari marciano verso la città per ricongiungersi con gli ufficiali pronti a seguire il Vate alla conquista di Fiume, succede una cosa singolare.  Vedono una campanella, una minuscola campana, quella di San Polo. Per i monfalconesi era un pezzo d'anima, un simbolo identitario fortissimo. Ma D’Annunzio — ed è un fatto noto — era un collezionista ossessivo, accumulava qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro. La sua dimora era letteralmente un museo straripante. E così la campanella sparisce, finisce dritta nella stanza del Lebbroso al Vittoriale. Da lì, nonostante le rimostranze e le rivendicazioni sacrosan...

E poi si arriverà a mettere le quote di stranieri residenti per Comune?


Il mondo è cambiato, la società è cambiata, l'Italia è cambiata. Non siamo il Paese di vent'anni addietro, il quadro normativo va ripensato totalmente, perchè pensato per un Paese che non esiste più. L'Italia è oggi un Paese tendente a diventare multietnico, un pluralismo che segnerà una mescolanza di culture ed identità che altro non sono che una piccola globalizzazione nel globo. Il calo demografico italiano è impressionante, un Paese in declino, ma che vede l'emigrazione crescere e l'immigrazione diminuire. In alcune località, come Monfalcone ad esempio, a causa di politiche decise dal principale sito produttivo italiano e statale della città, che non si sa ancora per quanto tempo continuerà ad operare in loco, la Fincantieri, vi è stato dalla fine degli anni '90 ad oggi una concentrazione di manovalanza straniera notevole, diventando preponderante rispetto a quella autoctona ed italiana.

Ora si discute del fatto che ci devono essere quote del 45, poi, 40, per arrivare al fantomatico 30% deciso da  una Circolare ministeriale che conta poco e niente a livello giuridico, di stranieri per classe nelle scuole cittadine. La conseguenza anche di questo tetto è che bambini stranieri rimarranno fuori, in lista d'attesa. Una partita a ping pong tra spazi e non spazi, tra italofoni e non italofoni. Quello che molti si domandano è cosa potrà accadere in futuro? Se si continua a ragione per quote? Per tetti? In una società come la nostra? Alcuni si domandano se nelle nostre città si arriveranno a mettere le quote di stranieri massimi residenti per Comune. Il problema non lo si affronta spostandolo nel Comune confinante. Perchè anche il Comune confinante prima o poi rischierà di cadere in questo pericolosissimo circolo vizioso. Dovrebbero andare tutti a scuola di integrazione.Visto che l'ONU ha i suoi ispettori in materia di contrasto alle discriminazioni potrebbero costoro fare un salto in FVG come a Monfalcone. Cosí, per ammirare l'ottava meraviglia del mondo, le mura, ad esempio, mica per altro eh...

Marco Barone

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