Il grande colosso di Monfalcone è destinato a sparire

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  A soli centocinquanta metri d’altezza, quella ciminiera appare quasi ridotta se paragonata ai mostri d’acciaio e cemento da duecentocinquanta metri che solitamente feriscono i nostri cieli. Una misura contratta che fu, in un passato felicemente archiviato, fonte di dissapori ed un prezzo pagato sull'altare di uno sviluppo che non guardava in faccia a nessuno. Oggi, però, quel manufatto non è più soltanto il residuo di un’era industriale: è una spina dorsale della memoria collettiva, un reperto di vera e propria  archeologia dell'anima.  Eppure, si preferisce la metaforicamente la ruspa alla tutela. Con una furia iconoclasta degna della distruzione del Colosso di Roma, quell'imponente profilo si avvia ad essere cancellato dalla terra e dallo sguardo, destinato a sopravvivere solo nella memoria nostalgica di chi — da Trieste alle alture del Carso — vedeva in quella torre il punto fermo con cui riconoscere l'orizzonte di Monfalcone. La storia recente dell'Italia offr...

I segnali che raccontano un tempo che non c'è più


Lamiera che viene rottamata per dare spazio alla modernità, con la sua grafica sottile nelle stesso più grezza rispetto a quell'eleganza e rotondità che caratterizzava i segnali di un tempo. Come quello che ti indicava all'altezza della cava che si divora il Carso, nota come cava di Doberdò, la svolta verso Gorizia o Trieste. Ha attraversato tutto il dopoguerra ed è stato rottamato oggi nel 2018. L'unico elemento positivo è stata l'aggiunta del bilinguismo, ora si leggerà Trieste e Trst, Gorizia e Gorica. Storia che viene rottamata come il cartello storico di cui si è persa traccia che avvisava i passanti nei pressi delle zone di confine di non fotografare verso di là, come si suol ancora oggi dire, quel là che oggi è in Europa come il qui. O la fermata delle autocorriere di Ronchi, un cartello che continua a sopravvivere non si sa ancora per quanto tempo, conquistato dalla ruggine che ne divora forma e sostanza, chissà quante passioni, dolori, emozioni e vicissitudini avrà conosciuto in quella fermata verso Gorizia. Mentre nei pressi di Villa Vicentina ancora oggi è visibile il cartello che ti indica la presenza di carri armati in una zona che è stata per decenni altamente militarizzata. Un segnale rotondo, dalla grafica leggera quasi da fumetto, segnali che raccontano un tempo che non c'è più, qualcuno ancora oggi resiste, qualcuno viene semplicemente rottamato e spazzato via per sempre dalla memoria e dalla storia.

Marco Barone

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