Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Il bavaglio alla stampa vi è sempre stato

Quale equilibrio sostenibile, è mai possibile, tra la libertà d'informazione in un sistema ove la libertà di stampa è condizionata dal capitale privato?
Non è dato sapere. 
In Italia e non solo in Italia la libertà d'informazione è ridotta ai minimi termini, perchè il sistema dei media, che non mediano più un bel nulla, ma governano l'orientamento dell'opinione pubblica, in via generale, quello che conta, quello che determina la notizia, quello che decide cosa debba o non debba essere notizia, risponde ad interessi economici, e politici ben chiari. 
Dovrebbe esistere un sistema di equilibrio, garantire lo stesso spazio, lo stesso peso, come minimo ai due opposti. Ma così non è, e così mai è stato, e così mai sarà. Il tutto è rimesso al buon senso di chi dirige un giornale, ed alla correttezza di chi vi lavora. Ma questo può bastare? No. Perché è chi mette i capitali che decide la linea sulle grandi questioni. Come è normale che sia.
La stampa ha il potere di distruggere la vita di una persona, ma anche di tutelare la democrazia. Il problema è che il vero giornalismo, quello con le palle si direbbe, si dovrebbe scontrare con sistemi di poteri importanti, dovrebbe avere la volontà di andare contro. Dovrebbe essere libero, libero di scrivere. Ma come può essere libero ciò che opera in un contesto non libero e condizionato da ovvi e specifici e particolari interessi?
Andare contro per la libertà di opinione, per aiutare la formazione dei processi di consapevolezza critica, favorire la ragione e non la politica della pancia.
Oggi, a causa della concorrenza spietata, esiste una brutalità enorme. Alla cautela si preferisce, spesso, l'azzardo. 
E non sempre l'azzardo è sintomo di qualificazione, di qualità, di sana informazione. Colpa anche della frenesia, della rete indomabile, a cui si cerca di estendere la regolamentazione sussistente nel mondo del canonico giornalismo, ma senza successo, perchè sono due mondi forse complementari, ma anche concorrenziali, diversi se non opposti, per alcuni aspetti.
E comunque se una notizia emersa in rete  non viene ripresa dalla stampa conterà poco o nulla. Insomma il bavaglio alla libertà di stampa vi è sempre stato, perchè la stampa è nata con il bavaglio in un sistema ingiusto e spietato.

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