Dieci anni dall'omicidio di Stato di Giulio Regeni, il 2026 sarà l'anno della giustizia?

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Il tempo inesorabilmente corre, va per la sua strada senza guardare in faccia a nessuno. Imperterrito. Dieci anni possono sembrare una inezia, oppure una eternità, Solo Paola, Claudio ed Irene possono sapere cosa significhi vivere senza Giulio, ma in questi dieci anni, di strada ne è stata percorsa parecchia, affrontando una miriade di difficoltà, a partire da quell'enorme muro mafioso ed omertoso nato dall'Egitto che ha ucciso Giulio e negato ogni forma di collaborazione, cosa che continua ancora oggi, cercando di ostacolare il processo che nel 2026, si spera, possa sentenziare quel primo tassello di giustizia che tutti si aspettano. La verità è pressoché oramai acquisita. Anche se delle zone grigie ancora esistono e probabilmente continueranno ad esistere e non avere mai risposta. Riuscire ad ottenere la sentenza che possa fare giustizia nel caso dell'omicidio di Giulio, è un qualcosa di enorme, in un Paese come il nostro che ha sempre ostacolato la giustizia nei processi...

Camminando per Pizzo e pensando a Gorizia



Cosa unirà la meravigliosa città del gelato, del tartufo per la precisione, con la bella Gorizia? Sicuramente l'esaltazione per il risorgimento italiano, hanno dedicato un castello a Murat, dove lì venne fucilato, noto per il suo proclama di Rimini e nel volgo come il Re francese che anticipò il risorgimento nostrano. Certo, i napitini in verità lo insultarono e cercarono anche di aggredirlo, ma questo poco importa, quello che conta è unire l'Italia nel nome del Risorgimento e poi Garibaldi. Già. Anche il luogo ove lui magari si è fermato per andare in bagno in qualche paese o città italiana è forse ricordato da una targa a dir poco epica, così come accade in quei luoghi, diventati quasi mistici, ove si è fermato per respirare, come al parco della Rimembranza di Vibo.
Che poi in Italia i borboni o gli austriaci hanno dominato per secoli questo poco deve importare e che la popolazione fosse avversa all'Italia, conta altrettanto poco o nulla.  
No, non è questo che mi viene in mente, e neanche i tanti caduti, sottratti dalla loro terra per andare a crepare senza età per conquistare ed occupare Gorizia o Trieste o Trento.
Bensì l'ascensore. Il pensiero ritorna sempre su questa, diciamo, chicca tutta nostrana che unisce nord e sud. Quello di Pizzo, che termina con un fungo velenoso per l'architettura secolare lì sussistente e vivente ed ora morente, dopo una sorta di inaugurazione e lustri di peripezie, non è mai entrato in funzione.
Ma un giorno entrerà in funzione? A Pizzo dicono che è più facile fare un terno al lotto. E le belle scalinate, faticose certo, ma sempre così è stato in Pizzo, diventeranno una cosa da antiquati e parte della particolarità di questa località andranno in frantumi. Quello di Gorizia è simile, però è certamente più invasivo rispetto a quello di Pizzo, non un fungo velenoso, ma una colata violenta di cemento bianco, che magari verrà accompagnata da qualche futuristica dannunziana scia rossa per completare, con il poco verde lì rimasto, l'ovvio tricolore e ricordare che l'Italia è unita, non tanto da Murat, o Garibaldi o per la brutale morte che ha massacrato migliaia di migliaia di migliaia di giovani, specialmente meridionali, come ricorda una delle tante targhe sempre collocate al parco di Vibo,
ma da certe brutture che non conoscono, ed è proprio il caso di dirlo, alcun confine. 
Certo, se poi, alle brutture, si abbina anche il mancato funzionamento, o l'essere opera incompiuta, il tutto assume un sapore ancora più aspro. Ed allora più tartufi per tutti e la vita ti sarà più dolce, od in alternativa un sano tiramisù nell'attesa che l'ascensore o vada in funzione, o venga completato, o semplicemente archiviato e, perché no, anche demolito lasciando spazio al buon senso e rispetto dell'ambiente e del paesaggio ed anche della bellezza.
Marco Barone

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