Il piccolo "Spomenik" di Ronchi il monumento dedicato al partigiano Andrijic
La Jugoslavia del dopoguerra. C'è Tito, il paese è uscito a pezzi da un conflitto mondiale ferocissimo, e il regime socialista deve decidere come ricordare i propri morti. Di solito si mettono in piedi i soliti monumenti, il generale di bronzo, il soldato col fucile, la vedova in lacrime. E invece no! Fanno una scelta pazzesca. Chiamano i migliori architetti e designer dell'epoca — gente del calibro di Vojin Bakić o Ana Bešlić — e dicono: "Dobbiamo guardare al futuro". Nascono così gli spomenik: queste gigantesche opere d'arte astratte, futuristiche, che sembrano quasi astronavi atterrate in mezzo alle montagne o alle foreste o nel nostro Carso. L'effetto è potente ancora oggi, da Podgarić a Kozara, fin dentro i confini della vicina Slovenia. Ti trovi davanti a questi blocchi di cemento e rimani a bocca aperta. Ma la cosa veramente incredibile, che uno non si aspetterebbe, è che queste opere esistono anche da noi, in Italia. Certo, sono pochissime le città che possono vantarne uno, come Barletta o il cimitero di Gonars. E poi c'è Ronchi dove esiste quello che a tutti gli effetti possiamo definire un piccolo spomenik. Ovviamente non è un'astronave di cemento alta trenta metri; è una cosa molto più modesta, una piccola tomba monumentale tirata su alla fine di ottobre del 1978. Eppure, per la comunità locale ha un'importanza enorme: ogni 25 aprile, quando si fa il corteo per la Festa della Liberazione, ci si ferma tutti lì davanti. È una tappa fissa, sacra. Se andate a leggerci sopra, l'iscrizione recita: “Vjekoslav Andrijic Padu Borec Narodnoosvobodilne Vojne 1941/45” Che tradotto per noi significa, molto semplicemente: al combattente caduto nella guerra di liberazione nazionale. Qui la grande Storia si incrocia con una delle tante storie della Resistenza e la vita di un singolo uomo, ed è una vicenda che sembra uscita dritta dritto da un romanzo giallo o da un film di spionaggio. Lo chiamavano "il dalmata". Sappiamo che cade il 28 gennaio del 1944 e che combatteva nelle file della Brigata d’assalto Garibaldi Trieste. Ma la cosa pazzesca è che lui era stato rinchiuso nel famigerato campo di concentramento italiano di Gonars. E da lì, era riuscito a evadere! Una volta fuori, la sua vita si lega a doppio filo con le vicende di Soleschiano. Lì assistiamo alla prima deportazione di civili del territorio, a cui seguono imboscate, vendette partigiane consumate nel tempo, rappresaglie... Insomma, una di quelle storie dentro la storia che ci ricordano, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia stata sporca, cruenta e spietata la guerra nel nostro confine orientale. A Ronchi c'è questo piccolo pezzo di pietra. Sembra una tomba come tante altre, e invece si porta dietro un pezzo di memoria internazionale, voluto espressamente da uno Stato — la Repubblica Jugoslava — che oggi non esiste più, ma che ha lasciato un segno indelebile anche nel nostro territorio.
mb

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