La stanza del macellaio dove si consumò il disastro di Fiume
La Storia non è solo un libro per professori occhialuti è un oggetto che si
presta all'uso e consumo del popolo. È dinamica, dicono. Io affermo che è ricca di contraddizioni spettacolari, come il caso di Ronchi. Da una parte viviamo in un mondo dove dei burocrati si puliscono le scarpe
per entrare nel salotto buono di Gorizia e Nova Gorica, sventolando il
vessillo della "Capitale Europea della Cultura". Dall'altra, con un
sussulto di nazionalismo coerente con lo spirito strepitoso di questi tempi, si propone di
intitolare una piazza ai sette "giurati" che con delle parole nella
notte di un fine agosto ronchese del 1919 posero le basi per l'inferno di
Fiume. Sono cent’anni che questa città porta addosso il marchio "dei Legionari",
come una cicatrice che non si decide a rimarginare, un tatuaggio fatto
da usurpatori della storia e dell'identità durante il fascismo. Se il
vostro dio è il Nazionalismo, se vi eccitate, esaltate, al suono dei tacchi militari che
battono sul selciato e al culto della Nazione, allora è giusto che
veneriate quei fantasmi di un passato che continua a seminare nel campo incolto di questo tempo, divisione e divisione e nient'altro che divisione. Ma se invece sognate il pluralismo e questa astrazione chiamata
Europeismo allora i vostri simboli dovrebbero
avere un altro odore e sapore. D’Annunzio, Vate geniale e diabolico, giocava alla guerra mentre flirtava col fascismo. E poi c’è il mistero di questo Meoni, che per alcuni è l'ottavo giurato mancato, per altri invece si parla del sottotenente Meossi,
cancellato dai giurati perché reputato "distaccato e freddo" sulla presa di Fiume. Mi piace
questo Meossi: un estraneo al grande circo, uno che non voleva far parte
del coro. A lui andrebbe sì dedicata una piazza, forse eretto un
monumento imponente, possente, con scritto "io non ci sto". E che dire
di Sovera, che
correva tra Ronchi e Venezia nel caldo d'agosto del 1919? Anche lui
rivendicato da alcuni come l'ottavo giurato. C'è la fila per ingrossare
il numero di questi giurati. Tutto è iniziato lì, nel retrobottega di
un macellaio. In un borgo definito inconsapevole da D'Annunzio, sperduto e distrutto dalle bombe della guerra che eccitava gli animi.
Guerra. La cui parola dovrebbe solo far tremare. Eppure oggi sembra la banalità del niente. Immaginate la scena: nella stanza di un macellaio, e
questi uomini che giurano "Fiume o Morte".
Un'estetica magnifica e terribile. Ma l'epopea, come ogni eccitazione
violenta, è finita in un disastro. Sangue vero, morte vera, non immaginaria. Uomini mandati
a morire contro altri uomini, Alpini, Carabinieri, mandati a scacciare i Legionari,
mentre il piombo fischiava tra le strade di una città semplicemente devastata. Venti
morti tra i "regolari", diciotto tra i dannunziani. Forse, perchè ancora oggi l'unica certezza è l'incertezza del numero esatto delle vittime. E in mezzo a questo
fango eroico, il corpo di una dodicenne, Almadi Alpalice.
La vittima più giovane. Lei non aveva giurato nulla in una macelleria visionaria.
Lei è stata solo schiacciata dalla Storia. Se proprio dovete macchiare
una targa con del nome, non usate quello dei soldati che giocavano ai
riconsacratori del mondo per conquistare Fiume o inseguire la morte. Dedicatela a loro: alle vittime, ai testimoni
senza colpa, a chi è stato travolto da questo sopruso od è morto solo per
il proprio dovere di Stato, per ripristinare la legalità ed il diritto internazionale, ucciso dalle pallottole di chi giocava a fare il
rivoluzionario a casi di altri, un sopruso che da un secolo macchia l'identità della nostra comunità. Il resto è solo rumore di vecchie
medaglie in soffitta destinate a farsi conquistare dalla ruggine e
dalla noia di un nastro che continua a girare a vuoto, forse.
mb

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