Oggi c'è la necessità di un nuovo manifesto per l'arte

Un tempo c’era la vita, c’era il sangue, c’era l’ardimento! C’erano i Futuristi che sputavano in faccia al passatismo, c’era Filippo Tommaso Marinetti che incendiava le accademie, c’era Mario Schifano che aggrediva la tela con la furia di chi vuole conquistare il mondo! C’erano i manifesti, c’era un’idea comunitaria, violenta, estatica dell’arte! E oggi? Oggi il nulla! Il deserto assoluto dell’anima! Siamo circondati da individualisti, rinchiusi nel loro microscopico  guscio. L'arte contemporanea è diventata come il calcio: una manica di mercenari! I galleristi non sono sempre critici, sono procuratori d’assalto. Ma serve una rivoluzione! C’è un bisogno disperato, assoluto, di un nuovo Manifesto! Qualcosa che torni a far vomitare i perbenisti e a far piangere d’estasi chi sa ancora vedere! Abbiamo bisogno di una pittura che torni a essere carne, di pennellate che squarcino la tela immortalando questo vuoto pneumatico del terzo millennio per distruggerlo! Basta con questa mercificaz...

Scuola chiusa per carenza di bambini italiani. E' a questo che si arriverà?


Allora mettiamola così. Monfalcone, cittadina del nord est,  sconosciuta ai più oltre Cervignano, balzata negli ultimi anni agli onori della cronaca nazionale, e forse anche internazionale, sicuramente in Bangladesh, perchè diventata, suo malgrado, laboratorio politico di situazioni non certamente meravigliose che interessano principalmente i bengalesi, una delle comunità più rilevanti della città. Una città che vede le proprie sorti, di fasti, o di sorti nefaste, essere determinate dall'essere la città dei cantieri, nel senso che appartiene effettivamente ai cantieri navali, alla Fincantieri. Una città che non è mai riuscita ad imboccare una propria via indipendente ed autonoma. A staccare il proprio cordone ombelicale da quel sistema produttivo, che ne determina vita e morte e miracoli. D'altronde senza i cantieri navali Monfalcone non avrebbe probabilmente ragione di esistere. Da circa vent'anni la principale manovalanza ai cantieri di Monfalcone è "straniera" o per appalto e subappalto, i diretti son sempre meno. E ciò ha condizionato la fisionomia della città in una regione dove il calo demografico è catastrofico e tra 40anni destinata a scendere sotto il milione di abitanti in un Pianeta, il nostro, complessivamente sovrappopolato visto che siamo oltre 7 miliardi di persone. Siccome gli autoctoni son sempre meno, in una città profondamente "terronizzata" perchè di "terroni" o "cabibi" come si dice qui come il sottoscritto, siamo una marea, e non siamo certamente autoctoni anche se alcuni credono di esserlo, ma si può credere a tante favolette nella vita, la scriminante è italofono o non italofono.

Il dilemma amletico monfalconese è questo. 

E visto che le quote di bambini stranieri possono essere superiori rispetto a quelle degli italofoni, ben ricordando che l'italiano si impara da piccoli soprattutto nella scuola dell'infanzia, allora che si fa? Diamo i numeri. 45,35,30. No. Non da giocare al lotto. Poi se qualcuno vuole, magari sulla ruota di Venezia, faccia pure. Ma si tratta di percentuale, di fantomatici tetti, di una specie di quote latte ma adattate alla scuola e poi bon. Chi c'è, c'è, chi non c'è in questa percentuale può sempre andare di là, di là c'è sempre posto. Fino a quando poi non si ripropone la stessa situazione. Perchè accadrà. Fatto 30 perchè non fare 31?  Sorvolando sulla questione normativa, che va affrontata nelle dovute sedi, ponendo la questione solo dal punto di vista di buon senso nel contesto sociale attuale, non quello di vent'anni fa che non esiste più, che cazzarola si fa se i bambini italofoni a cui si deve dare la priorità in materia di iscrizione a detta di accordi incredibili, non saranno sufficienti per fare una classe "equilibrata"? E poi sul concetto di equilibrio apriti cielo. Per mantenere in vita una scuola? Si può sempre mettere un semplice avviso con scritto, scuola chiusa per carenza di bambini italiani. Semplice, no? Facciamo prima.

Marco Barone 

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